domenica 16 settembre 2018

Errore

La parola errore viene dal latino e deriva da errare. Nel girovagare quindi viene implicitamente individuata un’accezione negativa che non è riconducibile al movimento in sé, ovviamente, ma alle deviazioni rispetto alla via maestra, alla destinazione.
Trovo che questo significato sia piuttosto interessante e che meriti una riflessione. Come regola generale direi che sono abbastanza d’accordo con la necessità di essere focalizzati sul risultato da raggiungere anche perché mi ritengo persona pragmatica. E’ abbastanza evidente che sbagliare la coniugazione di un verbo o un’operazione matematica sono deviazioni da una regola e da un procedimento definiti e inappellabili. La via maestra è molto spesso un codice, scritto o quantomeno condiviso, una convenzione o una tradizione.

Il codice, tuttavia, non può essere considerato sempre la destinazione vera e propria, bensì uno strumento, una guida, il sentiero tracciato che vuole fornire un ausilio nel raggiungere obiettivi individuali e specifici.

La vita in effetti è più complicata di un problema di geometria e il risultato è molto meno certo, soprattutto, è diverso per ognuno di noi e spesso è proprio in quel girovagare che troviamo la nostra strada o il motivo per ritornare sulla via maestra. Il viaggio costellato di “errori” di Ulisse lo porta comunque ad Itaca ma con una conoscenza ed una consapevolezza diverse da quelle che avrebbe avuto prendendo un volo da Troia senza scalo.

Sono piuttosto affezionata ad alcuni miei errori. Questo non significa che li rifarei, anzi. Sono affezionata a quelli che mi hanno insegnato qualcosa e mi hanno fatta crescere e sono affezionata a quelli che mi hanno portato lontana da una destinazione che, probabilmente, non era la mia.
Sono affezionata ai miei errori perché, soprattutto, mi hanno insegnato che non sono perfetta. Sono rigorosa ed esigente, ma non devo essere perfetta, ed accettare di essere limitati può essere un sollievo e un valido aiuto per cercare di essere migliori.

L’esperienza degli errori altrui è l’aspetto che mi  emoziona di più. E’ nell’errore che ci rendiamo conto di quanto amiamo qualcuno. Non nel momento in cui ci gratifica con i comportamenti o le parole che ci aspettiamo ma nel momento in cui abbandona la via maestra e, ci delude forse, ma, se accogliamo la possibilità del limite, ci trasporta su una nuova strada dalla quale vediamo spazi inediti dove poter immaginare nuove vie.

domenica 12 agosto 2018

Prezzo



Tutti sappiamo cosa significhi la parola prezzo. Si tratta del corrispettivo monetario di un bene o di un servizio. Il termine deriva dal latino pretium. Anche nelle lingue germaniche si trova la stessa espressione (price, Preis)… I bei tempi andati quando in Europa al posto dell’euro si scambiavano i Sesterzi. Alla caduta dell’impero romano una delle prime monete coniate è stata il Fiorino e, da buona campanilista, è questa la moneta che scelgo di riportare in fotografia. L’immagine è strumentale a ricordare la natura reale e concreta di questo corrispettivo, anche quando con l’espressione prezzo si voglia alludere a qualcosa di astratto, quando la si usi in senso figurato.



Quest’immagine concreta e quantificabile misura per l’appunto il corrispettivo pagato senza possibili incertezze (svalutazioni permettendo). Il vino pagato coi sesterzi, coi fiorini, con le lire o gli euro potrà essere buono, genuino, pregiato ovvero scadente e adulterato, lo scopriremo accostando il calice alla bocca. Tuttavia due sesterzi, tre fiorini, 8.000 lire o 5 euro sono senza dubbio quelli.

Nella nostra società, per motivi storici, economici e culturali il prezzo e il valore si sono confusi e il corrispettivo è finito per diventare il bene.

Ci tengo a precisare che le mie riflessioni non vogliono essere ovviamente un saggio economico per il quale non avrei titolo o competenze. Quello che mi interessa indagare è, ovviamente, il prezzo figurato, quello che paghiamo vivendo, scegliendo, sbagliando. Ho infatti la sensazione che anche in questo caso ci si preoccupi moltissimo del prezzo e troppo poco del bene e del suo valore.
Ciò che ha scardinato la corretta ponderazione di queste categorie è, quasi sicuramente un’ulteriore categoria che chiamo profitto, nel caso di corrispettivo monetario, o vantaggio, in senso figurato.
Il profitto sappiamo tutti cosa sia, come sappiamo che il valore del parmigiano che ci offre la grande distribuzione è più alto del corrispettivo che ci viene richiesto di pagare.
In questi giorni si è molto parlato giustamente del sotto costo e di chi paghi il prezzo di un pomodoro a buon mercato.

La verità è che nessuna cosa di valore è a buon mercato. La sola cosa che ci viene regalata ogni giorno è la natura, l’ambiente, I boschi, il mare, le stelle cadenti, le marmotte che ci salutano in montagna. Non dobbiamo alcun corrispettivo per tutto questo ben di Dio, è così, a disposizione. La cosa più preziosa, non ha prezzo. Che cosa sono allora la coscienza ambientale, l’ecologia, il rispetto della natura. Sono assunzioni di responsabilità rispetto a qualcosa che riceviamo ed è nella nostra disponibilità, perché il mancato rispetto e la deresponsabilizzazione generano un “prezzo” da pagare molto molto alto, difficile da misurare. Laddove sembra non vi sia un prezzo ma un facile vantaggio, spesso si nasconde il prezzo più alto.

Le nostre scelte hanno un prezzo, le nostre azioni e anche la nostra inazione. Siamo responsabili dei nostri comportamenti e il prezzo comunque viene pagato, potremmo non essere noi a pagarlo, ma in questo caso la responsabilità sulle nostre spalle è ancora maggiore.
Cosa ci dice se il prezzo di un bene è giusto, in cosa si concretizza il vantaggio che acquisiamo? La valutazione non può che essere fatta pensando al valore del bene.
Puntare al valore e accettarne il prezzo. Scegliere responsabilmente per il bene più prezioso, solitamente è quello che non ha prezzo e che paghiamo solo nel momento in cui abbiamo preferito il sotto costo e il profitto e dimenticata la nostra responsabilità.
Orientarsi con le scale di valori e non con le superofferte.

Oggi mia figlia mi ha mandato la foto di un pipistrello addormentato sul muro. Intenerita mi ha scritto: “Me lo compri?”. Io scioccamente le ho risposto: “E’ gratis, ce l’hai già. A chi lo paghiamo?”.
Alla natura”.

domenica 22 luglio 2018

Intimità

Capita certe volte di incontrare persone con le quali è molto facile aprirsi e raccontarsi. Certe volte abbiamo la sensazione, e può anche essere vera, di essere compresi o visti con maggiore chiarezza e profondità che non, magari, da chi ci conosce da anni. Esistono in effetti relazioni nelle quali la serratura scatta come appena oliata e la porta si apre senza neanche cigolare. Non succede spessissimo, ma succede, e credo sia anche facile da spiegare. Abbiamo amici e familiari che ci conoscono bene e anche molto bene, ma hanno una chiave di accesso che non necessariamente cambia con il tempo. La conoscenza e la consuetudine possono forgiare meccanismi a volte ripetitivi e semi-automatici che ci interpretano sempre secondo un codice noto.

Ma la vita è dinamismo e cambiamento e l’abitudine può essere di ostacolo nel decifrare un nuovo codice. Ecco che la nuova conoscenza sfrutta il vantaggio della totale assenza di pregiudizi e aspettative e riesce con grande facilità a cogliere la mappa della chiave, a seguirne il profilo con attenzione e a far scattare la serratura.

Tuttavia non credo che in questi casi si possa parlare di intimità.

Foto di Paola Pannuti
La parola intimità ha fra i suoi significati e sinonimi “familiarità”; tra i possibili significati di quest’ultima però non figurano i riferimenti a ciò che rimane nascosto, al corpo, alla sessualità che invece circondano, come un alone di luce soffusa e baluginante la parola intimità.

La consuetudine e familiarità dei corpi rimane una chiave di accesso a ciò che è più intimo e nascosto anche a noi stessi: le nostre emozioni.

Quel punto in cui il collo di Anna è più morbido e dove sprofondo la mattina quando la sveglio, quel neo sull’orecchio che mi incanta, la pelle di mia mamma, il modo in cui Paolo tiene tra le dita un biscotto prima di inzupparlo nel caffè, tenersi per mano.

Esperienze fisiche che, pur nella consuetudine del quotidiano, non perdono il loro potere di suggestione e ci portano in zone di noi stessi che non saremmo mai capaci di trovare altrimenti. Come una meditazione profonda passa dal respiro così questa consapevolezza di emozioni così profonde ha bisogno del corpo per arrivare là dove la comprensione da sola non può.
Una caratteristica del potere evocativo di forme, suoni, gesti è il fatto che bellezza e imperfezione danzano insieme nel nostro personale mistero emozionale senza soluzione di continuità, scambiandosi ruolo e significato e regalando a piccoli difetti, a movenze meno aggraziate l’assoluta perfezione del nostro totale accoglimento.

E’ possibile raccontare cose anche molto intime, ed è possibile farlo con una poesia, una canzone, un blog, una lettera o un dialogo aperto. Ma non credo si possa avere intimità tra persone se non attraverso la familiarità amorevole del corpo.

domenica 24 giugno 2018

Canto

Oggi è San Giovanni e Firenze è più festosa del solito, ma in generale l’inizio dell’estate è accompagnato da iniziative nei vari spazi aperti in città e fuori che ci portano nelle piazze e negli anfiteatri, nei giardini e nei cortili per un film, una lettura o, magari, un concerto.

CONfusion  - Vicchio - 21/06/2018 Foto di Melania Ciampolini

Questa settimana sono uscita quasi ogni sera ed ho avuto il piacere di assistere a due concerti, uno di questi è stato il concerto del coro CONfusion nella foto, che fra le altre belle canzoni, mi ha fatto sentire ancora una volta “Bread and roses”.



Ieri in macchina cantavamo a squarciagola come facciamo spesso, questa mattina tramite facebook mi sono goduta fino in fondo il video del Late Late Show di James Corden a spasso con Paul McCartney per Liverpool, e durante la puntata odierna de La lingua batte radio3 ha trasmesso una canzone di Vecchioni che ho improvvisamente ritrovata e ricordata con enorme commozione: Euridice.

Per tutte le circostanze che ho menzionato e trascinata dal mito di Orfeo nella narrazione di Vecchioni ho pensato che avrei voluto parlare del canto e che questa parola ha, a buon diritto, un posto d’onore nel mio vocabolario solitario.

Il canto è un’espressione così naturale dell’uomo da essere presente anche in civiltà che non possiedono una lingua scritta ed una conoscenza della musica canonica. In effetti il canto appartiene in origine proprio all natura e agli uccelli. Ignoro come l’uomo abbia iniziato a modulare i suoni che emetteva e ad accompagnarli con suoni prodotti grazie ad altri strumenti (anche se la proposta avanzata da Mel Brooks ne “La pazza storia del mondo” era particolarmente spiritosa), quello che è certo è che da sempre l’uomo ha utilizzato il canto per dialogare con la natura e con gli Dei e per accompagnre ritualità sociali o di guerra. Ingraziarsi gli Dei, pregare, condividere, festeggiare, incoraggiare, spaventare, piangere. Quante storie e quante intenzioni dietro la modulazone della propria voce!

Gli odierni concerti Rock non sono forse riti collettivi? E l’inno intonato prima di un incontro di calcio, non suona quasi come un peana? Tuttora accompagnamo la preghiera con il canto, cantiamo in coro tanti auguri al festeggiato, ci mettiamo in cerchio guidati dall’amico con la chitarra.

Come Orfeo che incantava anche le pietre ed ha sfidato l’aldilà per riavere la sua Euridice, così, nel nostro piccolo, innalziamo il nostro canto, diciamo la nostra rabbia o il nostro amore, confessiamo le nostre paure, proviamo a vincere la morte, ben sapendo, come l’Orfeo di Vecchioni, di “essere lacrime nella pioggia... perché le carezze di ieri non saranno mai più quelle... ma là fuori si intravedono le stelle…”

Poi ci sono voci eterne, e ascoltando la Callas o Janis Joplin o Amy Winehouse, ci pare che davvero il suono di una voce possa vincere la morte. Ognuno di noi ha le sue personali voci eterne.

Ricordo mia mamma che cantava sulla scala mentre puliva i pendenti del lampadario di cristallo “Signorinella pallida...” e altre canzoni del dopoguerra, ricordo la mamma e anche la nonna che mi cantavano “Fate la nanna coscine di pollo”. Quante volte l’ho cantata ad Anna. Sempre me la chiedeva insieme a “La Canzone di Marinella” e a “Somewhere over the Rainbow”.

Così come abbiamo cullato i piccoli accompagnandoli senza paura nel buio della notte, anche noi facciamoci cullare dalle note di una canzone, da una voce senza tempo, dalla nostra voce che si mescola con le altre in una preghiera ininterrotta, in un inno alla vita.

martedì 29 maggio 2018

Corpo




La parola corpo ha, tra i suoi significati, quello di organismo, struttura fisica. La manifestazione materiale degli esseri viventi. Questo essere materia comporta che, a tratti, corpo e materia si identifichino in una contrapposizione con ciò che materia non è: l’anima, la dimensione ultraterrena, l’interiorità, insomma corpo versus spirito. Come sempre tuttavia certe dicotomie non sono mai vere fino in fondo.

Qualche giorno fa entrando in un bar mi sono trovata davanti una coppia con un neonato. La creatura era beatamente accomodata con la pancia sulla spalla del padre e io che mi trovavo dietro di loro potevo vedere la sua testina protendersi, le piccole braccia allungarsi e oscillare e la manina chiusa a pugno cercare la bocca affamata. “Come è facile amarli quando sono così” ho pensato guardando il tenero cucciolo umano.  In effetti per ogni specie è naturale amare i cuccioli; i loro bisogni, la mancanza di autosufficienza fanno sì che ce ne prendiamo cura con gioia e dedizione e rispondere alle loro esigenze è gratificante anche per noi che con semplici gesti di accudimento siamo in grado di soddisfarli e renderli felici. Quanto è più complesso amare gli adolescenti e gli adulti e quante volte il nostro amore ci pare inutile,  infruttuoso, magari pure sprecato.

Cosa c’entra tutto questo con il corpo e con la materia? In effetti i miei pensieri sono abbastanza confusi anche per me che li ospito (nel mio corpo?), ma quel neonato che interagiva con lo spazio circoscritto intorno a sé, mi stava dicendo qualcosa di ben preciso. Mi stava mostrando l’abc del linguaggio del corpo. La comunicazione efficace di bisogni, di coscienza, o quantomeno, di percezione ed emozione.

La vita è movimento, cambiamento di stato. Siamo vivi grazie al nostro corpo che si muove, all’organismo che agisce, al nostro modo di relazionarci con l’esterno. Siamo morti quando il cuore si ferma. Gli essere viventi e animati sono per l’appunto animati dal moto, dal cambiamento. Anche l’invecchiamento del corpo ce ne mostra, per paradossale che possa sembrare, la vitalità. Ciò che è morto, invece, è immobile.

Nei movimenti limitati e sperimentali del neonato la ricerca di scoperta della realtà e l’espressione di bisogni. Un’onesta esternazione del sé. Crescendo il bambino impara a misurare gesti ed esternazioni, si specializza e piano piano diventa più efficace ma meno vero. Cosa sarebbe il nostro linguaggio del corpo se lo usassimo davvero per interagire con la realtà, per esprimerci e raccontarci? E’ vero quello che dicono psicologi e comunicatori che il corpo non mente? Io non ne sono tanto sicura. Esiste per certo una quota di inconsapevole attitudine o mobilità che ci rivela più puntualmente, ma per certo crescendo perdiamo il moto vitale di scoperta e manifestazione. Tra le forme di espressione corporea forse la sessualità può conservare ancora qualche traccia del nostro spirito che si manifesta, ma in mezzo a tanti gesti appresi e misurati.


Foto di Vincenzo Palmieri

Per quanto studiata e artefatta l’espressione che mi sembra depositaria di questa naturale ricerca di azione e modifica del circostante è la danza. Attraverso la danza il corpo interagisce con l’esterno e cerca di dare al moto della vita un contenuto espressivo non universalmente e specificamente vero ma simbolo di quel dialogo con l’esterno e della coesistenza di materia e spirito in ognuno di noi. Usare il corpo per dire, per accogliere,  per comunicare.



Anche l’amore è movimento e cambiamento di stato ed è sentimento inscindibile dal corpo e che realizza di nuovo il superamento della dicotomia corpo-spirito. Ricordiamoci di assecondare questo movimento vitale, di accompagnare il cambiamento e protendersi sempre a dire il nostro bisogno e il nostro bene, perché il cuore non si fermi.


domenica 22 aprile 2018

Apparenza


Avendo parlato di bellezza in questi giorni mi sono trovata spesso a pensare alla sua sorella triste e vana: l’apparenza. Tante volte quest’ultima ci sembra vera bellezza però qualcosa non quadra. L’inganno è presto svelato quando l’immagine non rimanda ad alcun oltre da sé, non racconta una storia vera, un desiderio, una fede o un amore. L’apparenza è paga di sé. E’ uno specchio che riflette solo l’immagine di una forma vuota perché una fredda lamina scura impedisce di attraversare con lo sguardo la trasparenza del vetro e guardare oltre e intorno.

Penso alle fotografie nelle quali l’occhio di chi ci ama, un genitore, un amico, un innamorato si posa su di noi con quell’attenzione e quella partecipazione che sola può cogliere il momento di quello che siamo. Penso agli occhi di chi, fotografato, guarda verso un obiettivo che in realtà sono gli occhi della cura e dell’affetto, della curiosità e del desiderio. Certe volte sfogliando vecchi album vediamo quegli occhi che ci guardano e riconosciamo quello sguardo solo per noi. Certe volte ricordiamo anche i suoni, le parole, l’attimo e i mille momenti nei quali quello sguardo è stato per noi.
Poi ci sono i selfie. Mute, solitarie e inanimate pose, dove uno sguardo vitreo e senza interlocutore si spegne tristemente nel nero di uno specchio e non attraversa, non conosce trasparenza e non può liberarsi dalla prigione del proprio corpo per andare incontro a qualcuno o qualcosa.
Anche l’esposizione di sé e il narcisismo hanno una loro bellezza se riescono a proiettarsi ed andare oltre, se cercano anche disperatamente l’altro e l’oltre.


Mi viene in mente la tormentata e tenera bellezza di Marilyn Monroe su quel lenzuolo bianco davanti all’obiettivo e allo sguardo di Douglas Kirkland e credo che nell’interazione tra quelle due persone, nella seduzione e nel gioco la creatura bella e fragile abbia dato qualcosa di sé e l’uomo dietro l’obiettivo abbia cercato di dare spazio e visibilità ad un corpo ma non solo. Per contrasto l’immagine di una top model o soubrette col telefonino davanti allo specchio del proprio bagno, per quanto ben fatta, mi sembra possa solo apparire grigia e senza vita, senza respiro e seduzione perché manca l’occhio dietro l’obiettivo.
 In realtà quell’occhio c’è; è quello dei followers ovviamente, ma è “postumo” e questa distanza temporale fa sì che la forma di fronte allo specchio sia tristemente sola e il suo sguardo non possa cercare e desiderare, offrendo un immagine non seducente ma sedicente.
La vita dell’attimo, quella che passa negli sguardi, si spegne nel solipsismo di uno schermo freddo e nero verso cui guarda vitreo colui che scatta il selfie ed in cui si riflette in un attimo di solitudine collocato in un diverso tempo e in un altro spazio colui che guarda. Il vero inganno non è photoshop ma la distanza reale e temporale fra i due attimi e la profonda solitudine del mancato incontro.

Anche le parole a volte, come belle immagini, sono solo apparenza. Sarebbe troppo facile fare l’esempio della parola “amore” che può voler dire tutto e niente, preferisco prenderne una che uso spesso e spesso ho sentito: figlia. E’ mai possibile che questo vocabolo possa non corrispondere ad un sentire, ad un pensare e ad un agire di cura, affetto, responsabilità, speranza, preoccupazione, attenzione? Certo che è possibile, basta leggere le cronache e basta pensare al nostro vissuto.

L’apparenza è prepotente e si impossessa a volte anche della bellezza, solo negli infiniti attimi di vita vera e di quotidiano, solo nei fatti si trova la verità, oltre l’immagine e oltre le parole.

Sfuggire all’inganno dell’apparenza non è sempre facile e riconoscere di vivere nell’inganno è certamente molto doloroso. Quando ti guardi intorno e vedi pareti, finestre e complementi d’arredo ma sai di non avere una casa, quando ti scatti un selfie e vedi uno sguardo fermo e prigioniero di un corpo, quando guardi quel copro allo specchio cercando la verità dell’anima, allora avvicinati alla finestra e guarda fuori. Esci in strada e cammina e continua a cercare un segno, una risposta, bellezza e verità, attimi di vita e occhi da interrogare.


domenica 15 aprile 2018

Bellezza


Ieri Firenze era la Primavera. Era davvero la Flora del Botticelli. Certi giorni ogni cosa risplende e risuona di un’essenza più alta e più profonda. Ripensando a cosa abbia contribuito a fare di questa giornata un regalo, cosa l’abbia resa “bella” comincio col dire: un bel sole e un inquieto venticello, aggiungo che non solo non ho preso l’auto, che per me vale mille punti, ma ho potuto passeggiare e andare in bicicletta, due cose che mi rendono felice. Passeggiare per Firenze è un’esperienza di bellezza che non necessita tante spiegazioni. Aggiungo che ho visitato un nuovo museo con una bella collezione privata e un quadro in particolare mi ha commosso. Da ultimo ma più importante: l’affetto, l’amicizia, l’attenzione e la partecipazione; in altre parole l’umanità che hanno riempito e riscaldato questa piccola e personale Primavera.

Foto di Vincenzo Palmieri
Si fa presto a dire bello, a parlare di bellezza. Ma non è sempre chiaro che cosa essa sia. Se sia una categoria di pensiero, un valore oggettivo o un’esperienza interiore. Facciamo ricorso quindi a paradigmi di bellezza acclarati e proviamo a capire meglio: Firenze e i suoi monumenti, un tramonto sul mare, Brigitte Bardot e, per non essere sessista, Paul Newman (potrei dire Sharon Stone e George Clooney magari se volessi essere più moderna). Certo gli esempi di bellezza sono molto più variegati ma volendo fare solo, al solito, qualche riflessione solitaria e non un trattato, opero una scelta.




Mi prendo la libertà di un’ulteriore scelta che restringe un po’ il campo e cioè decido di non considerare ciò che è piacevole, gradevole. Ciò che suscita piacevolezza ma non vera emozione. Ieri sera ho mangiato dell’ottimo baccalà e uno squisito cheese cake, due delle mie pietanze preferite e le ho godute moltissimo, tuttavia non parlerei di esperienza di bellezza.

In cosa consiste dunque l’esperienza della bellezza, cosa la rende specifica e potente? Io credo che la sostanziale differenza tra il cheese cake che ho gustato ieri sera e quello che ho provato pedalando per via Martelli sotto il sole, guardando l’angelo azzurro di Casorati o i tetti di Firenze e la cupola del Cestello dall’appartamento di Renate sia che nella bellezza si trova l’infinito, il possibile e forse anche l’impossibile, il desiderio, l’oltre.

Questo oltre può essere divino come lo sono certe manifestazioni della natura, dalle onde increspate, al tramonto, alle forme assurde che assumono le nuvole, all’impetuosa semplicità di una cascata. L’infinito al quale ci rimanda la natura è una forza della quale sappiamo di essere parte senza però conoscerla mai fino in fondo e senza mai governarla. E’ lo stupore di fronte al creato e il nostro essere un granello di sabbia è rassicurante e spaventoso insieme; la chiamiamo vita.

Ma l’oltre che si sperimenta nella bellezza è anche un superamento di limiti, la concreta realizzazione dell’umano che trasforma un bosco in ordinate vigne e un blocco di marmo nel David. Quell’umano ha un sovrumano che ci appartiene, è la misura della nostra capacità di superare i limiti, di immaginare ed essere con ciò non solo creature ma creatori, non sempre artisti ma sempre artefici.

La bellezza è quindi la chiave che ci apre la porta dell’infinito e del divino, come pure delle infinite possibilità dell’umano. La bellezza è anche la chiave del desiderio. Quella piega sul collo, quella smorfia che solo noi pensiamo di vedere, quel sorriso che si apre improvviso come la rete di un pescatore e ci cattura per sempre. Quegli infiniti dettagli di un corpo che ci richiama a qualcosa che ancora una volta è oltre. Umano e divino, corpo e anima ritornano insieme al divino nell’esperienza amorosa.

Non so cosa intendesse Dostoevskij con l’espressione “la bellezza salverà il mondo”. Credo però che abbia a che fare con l’esperienza profonda di divino e umano, con la passione e il desiderio che ci spingono oltre, alla vera essenza della vita.



Sesso