domenica 15 aprile 2018

Bellezza


Ieri Firenze era la Primavera. Era davvero la Flora del Botticelli. Certi giorni ogni cosa risplende e risuona di un’essenza più alta e più profonda. Ripensando a cosa abbia contribuito a fare di questa giornata un regalo, cosa l’abbia resa “bella” comincio col dire: un bel sole e un inquieto venticello, aggiungo che non solo non ho preso l’auto, che per me vale mille punti, ma ho potuto passeggiare e andare in bicicletta, due cose che mi rendono felice. Passeggiare per Firenze è un’esperienza di bellezza che non necessita tante spiegazioni. Aggiungo che ho visitato un nuovo museo con una bella collezione privata e un quadro in particolare mi ha commosso. Da ultimo ma più importante: l’affetto, l’amicizia, l’attenzione e la partecipazione; in altre parole l’umanità che hanno riempito e riscaldato questa piccola e personale Primavera.

Foto di Vincenzo Palmieri
Si fa presto a dire bello, a parlare di bellezza. Ma non è sempre chiaro che cosa essa sia. Se sia una categoria di pensiero, un valore oggettivo o un’esperienza interiore. Facciamo ricorso quindi a paradigmi di bellezza acclarati e proviamo a capire meglio: Firenze e i suoi monumenti, un tramonto sul mare, Brigitte Bardot e, per non essere sessista, Paul Newman (potrei dire Sharon Stone e George Clooney magari se volessi essere più moderna). Certo gli esempi di bellezza sono molto più variegati ma volendo fare solo, al solito, qualche riflessione solitaria e non un trattato, opero una scelta.




Mi prendo la libertà di un’ulteriore scelta che restringe un po’ il campo e cioè decido di non considerare ciò che è piacevole, gradevole. Ciò che suscita piacevolezza ma non vera emozione. Ieri sera ho mangiato dell’ottimo baccalà e uno squisito cheese cake, due delle mie pietanze preferite e le ho godute moltissimo, tuttavia non parlerei di esperienza di bellezza.

In cosa consiste dunque l’esperienza della bellezza, cosa la rende specifica e potente? Io credo che la sostanziale differenza tra il cheese cake che ho gustato ieri sera e quello che ho provato pedalando per via Martelli sotto il sole, guardando l’angelo azzurro di Casorati o i tetti di Firenze e la cupola del Cestello dall’appartamento di Renate sia che nella bellezza si trova l’infinito, il possibile e forse anche l’impossibile, il desiderio, l’oltre.

Questo oltre può essere divino come lo sono certe manifestazioni della natura, dalle onde increspate, al tramonto, alle forme assurde che assumono le nuvole, all’impetuosa semplicità di una cascata. L’infinito al quale ci rimanda la natura è una forza della quale sappiamo di essere parte senza però conoscerla mai fino in fondo e senza mai governarla. E’ lo stupore di fronte al creato e il nostro essere un granello di sabbia è rassicurante e spaventoso insieme; la chiamiamo vita.

Ma l’oltre che si sperimenta nella bellezza è anche un superamento di limiti, la concreta realizzazione dell’umano che trasforma un bosco in ordinate vigne e un blocco di marmo nel David. Quell’umano ha un sovrumano che ci appartiene, è la misura della nostra capacità di superare i limiti, di immaginare ed essere con ciò non solo creature ma creatori, non sempre artisti ma sempre artefici.

La bellezza è quindi la chiave che ci apre la porta dell’infinito e del divino, come pure delle infinite possibilità dell’umano. La bellezza è anche la chiave del desiderio. Quella piega sul collo, quella smorfia che solo noi pensiamo di vedere, quel sorriso che si apre improvviso come la rete di un pescatore e ci cattura per sempre. Quegli infiniti dettagli di un corpo che ci richiama a qualcosa che ancora una volta è oltre. Umano e divino, corpo e anima ritornano insieme al divino nell’esperienza amorosa.

Non so cosa intendesse Dostoevskij con l’espressione “la bellezza salverà il mondo”. Credo però che abbia a che fare con l’esperienza profonda di divino e umano, con la passione e il desiderio che ci spingono oltre, alla vera essenza della vita.



domenica 25 marzo 2018

Casa


Sono seduta davanti al pc nel soggiorno del mio appartamento e osservo una pagina bianca dove ho scritto la parola casa; quello che vorrei è chiarire a me stessa che cosa significhino queste quattro lettere per me veramente e in quale misura nella mia vita possa averle declinate nella forma sbagliata arrivando a sentirmi fuori posto proprio nel luogo al quale avrei dovuto appartenere.

In effetti il fatto di sentirmi fuori posto mi ha accompagnato per lunga parte del mio percorso e in contesti  anche molto diversi. Fin da ragazzina ho sempre avuto la convinzione che “nella mia casa” avrei finalmente sentito di essere al posto giusto. Immaginavo la casa come il nido, dei confini appena più vasti, ma non di molto, di quelli della mia persona.

Da allora di case ne ho cambiate tante e sono cambiata anche io e mi sento un po’ come Alice nella casa del Bianconiglio: troppo piccola o troppo grande dentro confini che non combaciano mai con il mio profilo.

Ci deve essere un equivoco di base legato al significato che diamo alla parola casa. Accanto al significato di edificio, abitazione vi è un’accezione del termine che sposta la sua sostanza ad un livello soggettivo ed emotivo per niente legato a mattoni e cemento. Il sentirsi a casa, essere di casa, giocare in casa ci trasmettono un’idea di familiarità, di ciò che conosciamo e che ci conosce, di cui siamo parte. Una sorta di ventre materno che però non dobbiamo lasciare per nascere e nel quale ci sentiamo sicuri e riconosciuti. Tuttavia mi pare che di questa casa non sia così scontato avere le chiavi.

 In inglese due parole diverse: house e home,  distinguono l’edificio e la casa emotiva e la parola home ha la stessa radice dello heim tedesco con il quale si è formata anche la parola Heimat (patria). I tedeschi hanno due termini per dire nostalgia e una di queste è per l’appunto Heimweh che rappresenta proprio la pena che si prova per la mancanza della casa d’origine, della propria terra, di ciò a cui apparteniamo. Questa casa ha una connotazione tutta culturale e molto legata alla cultura occidentale. Immagino che popolazioni nomadi o culture animiste abbiano metafore diverse per rappresentare familiarità, desiderio, bisogno di appartenenza.

Sicuramente le nostre origini ci determinano in buona parte e la memoria, i sapori, gli odori e soprattutto le parole della nostra vita costituiscono i mattoncini dell’edificio di questa nostra piccola patria. E’ anche vero che non sempre ci riconosciamo nelle nostre origini, molti non si riconoscono nemmeno nelle proprie scelte, ma sicuramente non è sempre scontato sentirsi a casa nella casa che la vita ci ha dato e a volte non ci si sente a casa neanche in quella che abbiamo costruito e i ricordi non sono mattoni di una solida costruzione ma fantasmi che si aggirano tra le macerie.


Tra la casa esteriore e la casa interiore non può quindi esservi corrispondenza se non episodica e, forse, casuale. Tra apparenza e sostanza si possono percepire legami più o meno marcati ma non vera coerenza.

Non so ancora come sarà la mia prossima casa e mi diverte immaginarla e immaginarmi nella mia nuova vita. So che mi assomiglierà e mi corrisponderà, ma solo in parte e solo a tratti, so che sarà strumento della mia vita ma non la mia vita.


Prendo in prestito una delle affascinanti visioni di E. Hopper e penso che la mia casa avrà finestre e porte dalle quali entrerà la luce e dalle quali potrò guardare fuori e oltre. Perché per crescere e vivere la casa si deve lasciarla.

sabato 3 marzo 2018

Scrivere


Parlare di cosa sia per me la scrittura all’interno di un blog che ho aperto proprio per impegnarmi a scrivere con costanza potrebbe costituire una sorta di post fondante, lo statuto dl vocabolariosolitario. In effetti non sono proprio sicura che sia così. Proverò a spiegarmi.

Prima di tutto dirò che ho sempre amato la narrazione, ricordo la nonna e la mamma che mi leggevano le fiabe quando ero piccola e ricordo l’immensa gioia di poterlo poi fare autonomamente, ripercorrendo magari la stessa storia infinite volte. Ho ancora il libro di fiabe di quando ero bambina, l’aveva acquistato il babbo a fascicoli e poi rilegato in azzurro. Le mie preferite: Pelle d’asino, e L’acciarino magico. Le fiabe sono una folgorazione e il loro potenziale di creazione e costruzione dell’identità è immenso, come avrei appreso poi da adulta nelle pagine de “Il mondo incantato” di Bettelheim, ma agiscono in noi bambini proprio perché non siamo consapevoli della loro funzione e, in linea con i principi più recenti della Teoria del Cambiamento, ci manipolano usando immagini e situazioni lontane da noi.

La lettura delle fiabe è stata l’inizio dell’esperienza della lettura per me, ed è stata l’inizio di qualcosa che nella vita non mi è mai venuto meno e che rappresenta tuttora una risorsa ineguagliabile di scoperta, conoscenze, compagnia, divertimento, riflessione. Nella lettura si cerca se stessi proiettandosi in una storia che non ci appartiene o dotandoci di nuovi strumenti di comprensione della nostra realtà. Dalla lettura alla scrittura il passo è breve; da bambina scrivevo storie sul giornalino di classe, ho mantenuto crescendo l’abitudine di scrivere attraverso sporadiche pagine di diario, lettere e poesie.


Non ho mai ritenuto di avere una vero talento letterario ed ho scritto sempre per me e per le persone care, per cercare di contattare profondamente me stessa e i miei affetti. Le poesie sono nate quasi sempre da forti emozioni difficili da controllare e gestire, a volte anche da capire. La ricerca di parole per dire certi sentimenti ha sempre avuto il potere di chiarificarli, di farmi individuare alcune sfumature peculiari nei momenti che raccontavo, la natura più vera dell’emozione vissuta, la sua cifra, il suo colore, la parte di me più coinvolta. In sostanza scrivere per me è stato come sottopormi ad una psicoterapia. Non so dire se leggere e scrivere rendano le persone migliori in generale, probabilmente non è così, però posso dire che per me queste pratiche hanno significato crescere e diventare più completa e consapevole, se non migliore.

La scrittura, come la vedo io, ha una funzione di supporto alla vita ed è uno dei possibili strumenti di comunicazione. Non è mai fine a se stessa. Recentemente ho iniziato a frequentare un laboratorio di scrittura proprio per provare a misurarmi con la scrittura slegandola dal mio vissuto e dalle mie riflessioni; per verificare se io sia capace anche di una scrittura che sia creativa non di identità ma di storie universali che parlino anche ad altri. Si tratta, come con questo blog, di sperimentare possibilità espressive e comunicative.
In un certo senso la scrittura non ha mai conosciuto la diffusione attuale diventando mezzo di comunicazione a portata di mano – in senso letterale – di tutti. Grazie a social media e a smartphone tutti possiamo postare i nostri pensieri e i nostri commenti su qualsiasi argomento, aprire un blog è banale, come dimostra il fatto che ci sia riuscita perfino io, e un medium un tempo riservato a una ristretta cerchia di intellettuali, giornalisti e personaggi della cultura si è democraticamente messo a disposizione dell’uomo comune. La conseguenza di questo fenomeno è sotto gli occhi di tutti: una generale banalizzazione e un impoverimento di forme espressive e ancor più di contenuti a fronte di volumi elevatissimi di testi scritti circolanti; mi sembra tuttavia che disdegnare in modo snobistico questa koinè che sta germogliando sia antistorico e poco sensato e che partecipare alla creazione e all’evoluzione di questo nuovo esperimento di comunicazione sia un dovere culturale e civico.

Solo la conoscenza può dotarci infatti degli strumenti per comprendere noi stessi e il mondo in cui viviamo. La scrittura è un mezzo potente, seduce chi legge e chi scrive. Ma è sempre e solo un mezzo, uno strumento, perfino un’arma in mano esseri umani diversi. Lo stesso Platone nel Fedro esprimeva le sue forti riserve nei confronti della scrittura e non a caso ha dato alle sue opere la forma dialogica per preservare il primato dell’oralità:

Quando Theuth venne alla scrittura disse: «Questa conoscenza, o faraone, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare: è stata infatti inventata come medicina per la memoria e per la sapienza». Ma quello rispose: «Ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di dar vita alle arti, e chi invece di giudicare quale danno e quale vantaggio comportano per chi se ne avvarrà. E ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di ciò che essa è in grado di fare. Questa infatti produrrà dimenticanza nelle anime di chi l’avrà appresa, perché non fa esercitare la memoria. Infatti, facendo affidamento sulla scrittura, essi trarranno i ricordi dall’esterno, da segni estranei, e non dall’interno, da se stessi. Dunque non hai inventato una medicina per la memoria, ma per richiamare alla memoria. Ai discepoli tu procuri una parvenza di sapienza, non la vera sapienza: divenuti, infatti, grazie a te, ascoltatori di molte cose senza bisogno di insegnamento, crederanno di essere molto dotti, mentre saranno per lo più ignoranti e difficili da trattare, in quanto divenuti saccenti invece che sapienti».

E’ incredibile quanto le parole di Platone, riferite ai segni che hanno portato ad una svolta nell’evoluzione della civiltà, possano applicarsi in modo puntuale e calzante alle caratteristiche peculiari delle nuove tecnologie che, in particolare per i nativi digitali, costituiscono la chiave d’accesso al mondo e alle relazioni ma anche a se stessi e alla propria “rappresentazione”. Quali dimenticanze può produrre nell’anima il nuovo alfabeto di cui disponiamo? Sempre pensando al pensiero di Platone n chiave moderna si potrebbe dire che la globalizzazione e il web abbiano reso immensa la “caverna” del nostro universo ma quelle che vediamo sono solo ombre, circondati dalla rappresentazione fasulla delle cose reali e perfino delle persone. Memoria e sapienza dell’anima vengono da quello che si vive direttamente nella propria carne e nel proprio spirito e la vita sarà sempre superiore alla scrittura.

Scriviamo, dunque. Dimostriamo ai nostri ragazzi che i social media sono anche confronto, pensiero e conoscenza, che la narrazione è nata prima della scrittura e ben prima dei post, non stanchiamoci di ricordare loro di vivere prima di postare, di coltivare la propria interiorità oltre al proprio aspetto, di ascoltare e parlarsi, di non perdersi sguardi e passeggiate mano nella mano. Una parola pronunciata attraverso un sorriso o rotta da un pianto può dire forse più di una poesia, uno sguardo sincero più di tante lettere, un abbraccio silenzioso più di una promessa.

domenica 4 febbraio 2018

Radio


Oggi non è stata propriamente una bella giornata, anche se questa mattina era iniziata bene con quel bel raggio (lat. radius) di sole che mi ha portata fuori… Ma non volevo parlare delle mie disavventure, volevo parlare di qualcosa che mi fa stare bene ormai da tanti e tanti anni: la radio.
Non una qualsiasi, una in particolare, radio3. Non ricordo neanche come ho iniziato, se in auto o a casa, sta di fatto che in poco tempo è diventata la mia compagna più fidata. Al mattino prima di uscire mi sentivo la rassegna stampa estera e poi Prima Pagina. Al mio ritorno riuscivo ad ascoltare magari la chiusura di Fahrenheit e Hollywood Party, trasmissione dedicata al cinema. Altra mia storica passione. 
Radio Days
Tanti i film che raccontano la radio da Radio Days di Woody Allen a Radio America di Robert Altman, ma tanti anche i film dove la radio è uno dei personaggi anche se non il protagonista, come nella mia vita, penso al romantico Sleepless in Seattle di Nora Ephron con Tom Hanks e Meg Ryan.
Ascoltare è qualcosa che non facciamo mai abbastanza e la radio ci abitua a farlo. In quella disposizione di attenzione partecipata che non ci immobilizza come davanti alla TV ma ci consente di cucinare, stirare, sfaccendare, starsene distesi sul divano con un libro o un giornale, guidare; insomma non interrompe la nostra vita ma si insinua in essa, la integra, vi prende parte. Così conduttori, giornalisti e ospiti più o meno illustri vengono a trovarmi e mi fanno compagnia, come un’amica che siede in cucina con me mentre preparo la cena e nella narrazione o nella dialettica di un confronto trovo la porta d’accesso a qualcosa che va oltre il mio quotidiano, al punto di vista su cui riflettere, al libro che magari potrei leggere, alla sinfonia o al musicista che non conoscevo. Come in un viaggio, attraverso con l’ascolto terre lontane e, come in ogni vero viaggio, al mio ritorno il bagaglio è molto più carico di quando sono partita.
Davvero tante le cose che ho imparato ascoltando la radio, tanti gli scrittori e i musicisti scoperti, proprio come succede con i suggerimenti degli amici, tanti i momenti di emozione, commozione, divertimento, come con gli amici. Ricordo ad esempio Mario Martone che raccontava il suo incontro con Patty Smith e di come si fosse impossessato di un suo anello confessando solo anni dopo il suo “furto”, ricordo i Castelli in Aria di Edoardo Lombardi Vallauri o Paolo Poli che leggeva il libro Cuore, o Massimo Cacciari che commentando il canto di Paolo e Francesca illustrava il pensiero di Dante su amore e ragione e, tuttavia, la sua profonda commozione di fronte alla passione degli amanti. Ricordo i meravigliosi radiodrammi del Teatrogiornale, o le fiabe di Ascanio Celestini a Centolire, ricordo Le oche di Lorenz la sola trasmissione scientifica che sia mai riuscita ad ascoltare. Non posso certo ripercorrere tutto il palinsesto RAI di circa trent’anni di vita insieme a radio3, però ci tenevo a citare alcune trasmissioni che mi hanno accompagnato, e con me la mia famiglia, in questi lunghi anni. Il sabato e la domenica in casa mia la radio resta accesa anche tutto il giorno e in questo preciso momento sta iniziando Il cinema alla radio.
La musica ovviamente è uno degli ingredienti costanti della trasmissione radiofonica di radio3. Quando posso ascolto Seigradi, File Urbani, Battiti e Ritorno di Fiamma, se sono a casa, sempre I Concerti del Quirinale. Con Paolo abbiamo anche assistito dal vivo ad uno di questi nella Cappella Paolina in un bellissimo weekend romano.

La Guerra dei Mondi
In una domenica iniziata parecchio male le voci familiari della radio si sono aggiunte a quelle care degli affetti e mi hanno dato sostegno. La loro discreta presenza ha abitato questa casa con me, nella mia realtà e nella mia verità di oggi, anche difficile. Proprio questo integrarsi nella realtà e questo ascolto partecipato e attivo conferiscono verità all’evento radiofonico.
 Basta pensare a quello che successe nel 1938 quando Orson Welles mandò in onda la trasmissione su “la Guerra dei Mondi” di H.G. Wells.

Come noto, alcuni ascoltatori presero per vera la rappresentazione e credettero all’invasione degli alieni; praticamente la madre di tutte le fake news!

Questo raggio di sole elettromagnetico vale per me mille domeniche di bel tempo. Adesso vado a preparare la cena, come sempre, radio-attiva.


domenica 21 gennaio 2018

Tempo

Oggi mia sorella (con me in una foto di tanti anni fa) compie gli anni e poche cose come i compleanni ci fanno pensare al trascorrere del tempo. E’ anche gennaio ed è appena iniziato un nuovo anno con i bilanci e con i progetti che ciò comporta. Poi c’è questo sogno che ho fatto stanotte, o meglio stamani, nel quale le mie emozioni più profonde hanno trovato una forma e una rappresentazione dolente e luminosa insieme. Poi ci sono le nuove rughe che ho scoperto indossando gli occhiali in bagno, che errore! Tante diverse sollecitazioni mi impongono oggi di tentare di scrivere qualcosa sul tempo. Dico tentare perché non mi sento all’altezza di un tema così grande e fondamentale che impegna pensatori, scienziati e letterati da sempre e, lo dico subito per non generare false aspettative, non ho assolutamente niente di nuovo e originale da dire al riguardo. La scrittura mi aiuta ad accendere qualche timida lucina nel mio personale caos interiore e il tempo di cui parlerò sarà quello piccolo e personale, non quello universale.

C’è stato un periodo nel quale soffrivo per non avere abbastanza tempo da dedicare alle persone alle quali volevo bene. In realtà questa cosa mi ha sempre accompagnato. Anna aveva pochi mesi quando sono tornata al lavoro e sono consapevole, e lo ero allora, che mi faceva bene tornare al lavoro e non farmi assorbire completamente ed esclusivamente dal ruolo materno, eppure ho sofferto quel distacco. Ancora più dolorose lacrime ho versato quando, con la separazione, mi sono trovata a dover stare tre giorni lontana da lei. Anche nel mio matrimonio la mancanza di tempo dedicato l’uno all’altra mi ha fatto molto soffrire. Insomma il “mio” tempo è stato per molto tempo il tempo che mi mancava, quello del desiderio.

Negli ultimi due anni mi è stato regalato un sacco di tempo e così ho il privilegio di osservarlo con attenzione questo tempo che passa. Lo vedo passare sul mio corpo - ovviamente non mi fa piacere - lo sento passare dentro di me ad ogni respiro, cerco di ascoltare quello che mi racconta, cerco di capire in quale tempo mi trovo io e cosa sia l’hic et nunc, il qui e ora per me.

Credo proprio che abbia a che fare con l’essere in armonia, in contatto con la parte più profonda di noi stessi. Questo esercizio è più facile nella solitudine e tanto più impegnativo nella relazione. Difficile ma non impossibile. A me è capitato in qualche momento raro e prezioso. Quello che nel “mio” tempo rende possibile vivere il presente è proprio la consapevolezza del passato. Il mio tempo è un tempo della memoria e la mia memoria è una memoria di tutto il corpo, una memoria viva e pulsante. In questa memoria ci sono suoni, voci, colori, odori, sensazioni tattili, emozioni, paure, rabbia, gioia, fiducia, speranza, tristezza, solitudine, la mia vita. Senza quelle particelle di memoria non esiste l’elemento tempo, non per me.

Tra pochi giorni ricorre la giornata della memoria e Liliana Segre è stata nominata senatrice. L’ho sentita alcune volte alla radio raccontare la storia della ragazza che era. Il tempo e la memoria che racconta sono quelli della Storia, eppure nella sua narrazione non manca mai la persona con emozioni e riflessioni personali.

Ieri sera ho visto al cinema l'ultimo film di Virzì "Ella e John" che, pur non essendo un capolavoro, tratta in modo tenero e delicato il tema della perdita della memoria, sempre quella personale, anche se condivisa nell'ambito della coppia e delle relazioni familiari.

Davvero credo con tutta me stessa che la perdita di memoria sia il male, la negazione assoluta dell'identità, la rinuncia ad avere un'identità. Nella condivisione del ricordo, nella testimonianza dell'altro, nei rapporti familiari e amicali che ci accompagnano nel tempo, quel presente di verità e identità che non ignora il percorso ma lo conosce, nel bene e nel male,  ci aiuta a portare il peso delle sconfitte e ci sostiene nei cambiamenti.

Lo scrivere è un’altra forma di memoria, consente di scattare fotografie alla nostra interiorità e di poterla incontrare e ritrovare. Il presente che cerco di vivere non può negare la mia storia e la mia identità, non può che contenere le mie scelte, passate e presenti. Per altri il tempo è dimenticanza e il cambiamento avviene per sostituzione. Altri ancora vivono nel futuro. Alcuni, pochi, riescono con mirabile equilibrio a tenere memoria e progetto senza mai dimenticare il presente, senza mai trascurare di vivere e dedicare ogni giorno il proprio tempo a coloro che amano e alla parte più vera e profonda di sé.

Sono ancora piccola, ma sto crescendo e da grande voglio essere così. Dal momento che qualcuno dice che il tempo non esiste, magari ci riesco.

domenica 7 gennaio 2018

Cammino

Oggi sono stata in Val d’Orcia a camminare tra calanchi, roverelle, carbonato di calcio e anidride carbonica. Mi piace camminare, mi è sempre piaciuto, ma in certi momenti particolarmente difficili della mia vita mi ha anche curato. Ricordo che, in un periodo di depressione che ebbi oltre venti anni fa, ritrovai energie e fiducia proprio andando a camminare sulle colline intorno Firenze, in quel periodo me ne andai anche in vacanza da sola al Parco dell’Uccellina e ricordo quei giorni con intensità e precisione, forse meglio di tante vacanze decisamente più emozionanti.
Oggi camminando guardavo quegli alberi con i loro rami protesi quasi a porgermi la mano, a offrirmi appoggio, una carezza, un abbraccio e mi sentivo accolta e parte di tutto ciò che mi circonda e, in ciò, meno sola. Il camminare stesso, lo spostare un piede dopo l’altro e incontrare il suolo ogni volta mi trasmetteva lo stesso benessere di quando giro scalza per casa. In bioenergetica chiamano grounding questa connessione con il suolo e le attribuiscono una fondamentale importanza per l’equilibrio e il benessere dell’individuo.
Credo proprio che quando si vive un lutto o una perdita davvero ci vengono a mancare le radici e il contatto con l’ambiente naturale ci riconsegna la nostra umanità perduta non ricostituendoci come unità integra  prima della rottura o del danno ma riconoscendoci come parte di un’unità superiore.

Di più, la terra che percorro solitamente è la mia terra, la mia Toscana, e la sento madre. Non la madre che ho perduto, ma in qualche modo madre; allo stesso modo un ramo proteso non può sostituire il sostegno e la carezza che ho perso, ma il suo abbraccio sarà sempre lì per me, non mi tradirà, non mi verrà meno.

Ecco camminare ci riconnette alle nostre radici più antiche e più durature, ci riporta tra le braccia della nostra terra e ci garantisce un pezzo di identità, quella umana, che non perdiamo mai.
Il cammino però non è solo questo, anche se sarebbe già tanto, il cammino è progressione, evoluzione, percorso. Nel cammino realizziamo quello che siamo, non a caso parliamo di cammino per indicare la nostra vita nel suo svolgersi. Pensiamo alle fiabe e all’importanza che in esse è rivestita dal cammino nello sviluppo dei personaggi, nella loro crescita e nella rappresentazione delle prove da sostenere e dei successi riportati.
Il cammino quindi rappresenta l’evoluzione e realizzazione dell’individuo. Camminando si muta e si cresce, si entra in contatto con la nostra interiorità – esistono anche delle forme di meditazione camminata.
Camminando si fanno anche incontri importanti, alcuni pericolosi o comunque ignoti e nuovi, altri destinati ad essere compagni di strada, alleati, complici. Qualche volta, se si è fortunati, si cammina anche mano nella mano e allora davvero ci si sente perfetti. Se poi dovessimo scoprire di non essere perfetti, ci saranno gli alberi a ricordarci che, comunque, siamo e che siamo umani.
Il cammino come percorso è quello che agiamo ogni giorno della nostra vita e ad ogni bivio, ad ogni scelta perfezioniamo il disegno di chi siamo, di chi vogliamo essere. Il cammino è pellegrinaggio, offerta e ricerca di sé quotidiana.
Buon cammino!


lunedì 1 gennaio 2018

Principio

Nel giorno del nuovo inizio per eccellenza vorrei provare a riflettere su cosa significhi inizio per me.
Ieri mi sono divertita a leggere gli auguri e le citazioni che circolavano sul web, parlo ovviamente dello spaccato statisticamente forse poco rilevante del mondo social che seguo e che non ha ovviamente pretesa di esaustività, due le citazioni che mi sono particolarmente piaciute:

“L'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.” (Cesare Pavese) twittata da Gianfranco Ravasi, e,

“Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso e rinnovarmi ogni giorno”. (Antonio Gramsci) twittata da Massimo Bray.

Inizio come vita, quindi, e fine come morte. Chiunque abbia esperienza reale e vissuta della fine sa quanto ciò sia vero. E’ anche vero però che la coppia principio-fine, come gioia-dolore o vita-morte o amore-odio, rappresenta solo una presunta opposizione dal momento che nessuno dei concetti significati può esistere prescindendo dal suo contrario.

Nessuna manifestazione della nostra vita e della nostra interiorità può esistere in modo statico; esperienze, comportamenti, sentimenti e pensieri fluiscono in un processo costante nel quale anima e corpo oscillano tra gli elementi delle coppie di opposti determinando, attraverso scelte di campo, la vera natura di colui che compie tali scelte.

Il principio, difatti, non è un fattore esterno ma un atto generativo, un processo, una scelta. Il fatto che oggi sia il primo gennaio e che ieri sera io abbia gettato una cosa vecchia o che indossi una cosa nuova non fanno di per sé principiare un bel niente, però sono utili simboli e i simboli, come le fiabe per i bambini, ci aiutano ad orientarci.

Per essere più precisi, il principio non è un atto generativo ma l’atto generativo assoluto. Con questa parola si inizia la Genesi “in principio Dio creò il cielo e la terra”, con questa parola, nel Vangelo di Giovanni, si definisce la natura di Gesù, la cui nascita abbiamo festeggiato da pochi giorni “in principio era il Verbo”. Il principio delle scritture è quindi origine e creazione.
Prologo di Giovanni (Papiro Bodmer II - Ginevra)


Ho trattenuto queste due citazioni proprio per il principio creativo che contengono, per l’elemento di scelta che presuppongono, per la dimensione etica che ci portano. Non a caso la parola principio ha, tra i suoi significati, quella legge morale kantiana, la convinzione profonda, la norma che guida e determina i comportamenti umani.
E da dove possiamo iniziare se non dai nostri princìpi?

Sesso