domenica 4 febbraio 2018

Radio


Oggi non è stata propriamente una bella giornata, anche se questa mattina era iniziata bene con quel bel raggio (lat. radius) di sole che mi ha portata fuori… Ma non volevo parlare delle mie disavventure, volevo parlare di qualcosa che mi fa stare bene ormai da tanti e tanti anni: la radio.
Non una qualsiasi, una in particolare, radio3. Non ricordo neanche come ho iniziato, se in auto o a casa, sta di fatto che in poco tempo è diventata la mia compagna più fidata. Al mattino prima di uscire mi sentivo la rassegna stampa estera e poi Prima Pagina. Al mio ritorno riuscivo ad ascoltare magari la chiusura di Fahrenheit e Hollywood Party, trasmissione dedicata al cinema. Altra mia storica passione. 
Radio Days
Tanti i film che raccontano la radio da Radio Days di Woody Allen a Radio America di Robert Altman, ma tanti anche i film dove la radio è uno dei personaggi anche se non il protagonista, come nella mia vita, penso al romantico Sleepless in Seattle di Nora Ephron con Tom Hanks e Meg Ryan.
Ascoltare è qualcosa che non facciamo mai abbastanza e la radio ci abitua a farlo. In quella disposizione di attenzione partecipata che non ci immobilizza come davanti alla TV ma ci consente di cucinare, stirare, sfaccendare, starsene distesi sul divano con un libro o un giornale, guidare; insomma non interrompe la nostra vita ma si insinua in essa, la integra, vi prende parte. Così conduttori, giornalisti e ospiti più o meno illustri vengono a trovarmi e mi fanno compagnia, come un’amica che siede in cucina con me mentre preparo la cena e nella narrazione o nella dialettica di un confronto trovo la porta d’accesso a qualcosa che va oltre il mio quotidiano, al punto di vista su cui riflettere, al libro che magari potrei leggere, alla sinfonia o al musicista che non conoscevo. Come in un viaggio, attraverso con l’ascolto terre lontane e, come in ogni vero viaggio, al mio ritorno il bagaglio è molto più carico di quando sono partita.
Davvero tante le cose che ho imparato ascoltando la radio, tanti gli scrittori e i musicisti scoperti, proprio come succede con i suggerimenti degli amici, tanti i momenti di emozione, commozione, divertimento, come con gli amici. Ricordo ad esempio Mario Martone che raccontava il suo incontro con Patty Smith e di come si fosse impossessato di un suo anello confessando solo anni dopo il suo “furto”, ricordo i Castelli in Aria di Edoardo Lombardi Vallauri o Paolo Poli che leggeva il libro Cuore, o Massimo Cacciari che commentando il canto di Paolo e Francesca illustrava il pensiero di Dante su amore e ragione e, tuttavia, la sua profonda commozione di fronte alla passione degli amanti. Ricordo i meravigliosi radiodrammi del Teatrogiornale, o le fiabe di Ascanio Celestini a Centolire, ricordo Le oche di Lorenz la sola trasmissione scientifica che sia mai riuscita ad ascoltare. Non posso certo ripercorrere tutto il palinsesto RAI di circa trent’anni di vita insieme a radio3, però ci tenevo a citare alcune trasmissioni che mi hanno accompagnato, e con me la mia famiglia, in questi lunghi anni. Il sabato e la domenica in casa mia la radio resta accesa anche tutto il giorno e in questo preciso momento sta iniziando Il cinema alla radio.
La musica ovviamente è uno degli ingredienti costanti della trasmissione radiofonica di radio3. Quando posso ascolto Seigradi, File Urbani, Battiti e Ritorno di Fiamma, se sono a casa, sempre I Concerti del Quirinale. Con Paolo abbiamo anche assistito dal vivo ad uno di questi nella Cappella Paolina in un bellissimo weekend romano.

La Guerra dei Mondi
In una domenica iniziata parecchio male le voci familiari della radio si sono aggiunte a quelle care degli affetti e mi hanno dato sostegno. La loro discreta presenza ha abitato questa casa con me, nella mia realtà e nella mia verità di oggi, anche difficile. Proprio questo integrarsi nella realtà e questo ascolto partecipato e attivo conferiscono verità all’evento radiofonico.
 Basta pensare a quello che successe nel 1938 quando Orson Welles mandò in onda la trasmissione su “la Guerra dei Mondi” di H.G. Wells.

Come noto, alcuni ascoltatori presero per vera la rappresentazione e credettero all’invasione degli alieni; praticamente la madre di tutte le fake news!

Questo raggio di sole elettromagnetico vale per me mille domeniche di bel tempo. Adesso vado a preparare la cena, come sempre, radio-attiva.


domenica 21 gennaio 2018

Tempo

Oggi mia sorella (con me in una foto di tanti anni fa) compie gli anni e poche cose come i compleanni ci fanno pensare al trascorrere del tempo. E’ anche gennaio ed è appena iniziato un nuovo anno con i bilanci e con i progetti che ciò comporta. Poi c’è questo sogno che ho fatto stanotte, o meglio stamani, nel quale le mie emozioni più profonde hanno trovato una forma e una rappresentazione dolente e luminosa insieme. Poi ci sono le nuove rughe che ho scoperto indossando gli occhiali in bagno, che errore! Tante diverse sollecitazioni mi impongono oggi di tentare di scrivere qualcosa sul tempo. Dico tentare perché non mi sento all’altezza di un tema così grande e fondamentale che impegna pensatori, scienziati e letterati da sempre e, lo dico subito per non generare false aspettative, non ho assolutamente niente di nuovo e originale da dire al riguardo. La scrittura mi aiuta ad accendere qualche timida lucina nel mio personale caos interiore e il tempo di cui parlerò sarà quello piccolo e personale, non quello universale.

C’è stato un periodo nel quale soffrivo per non avere abbastanza tempo da dedicare alle persone alle quali volevo bene. In realtà questa cosa mi ha sempre accompagnato. Anna aveva pochi mesi quando sono tornata al lavoro e sono consapevole, e lo ero allora, che mi faceva bene tornare al lavoro e non farmi assorbire completamente ed esclusivamente dal ruolo materno, eppure ho sofferto quel distacco. Ancora più dolorose lacrime ho versato quando, con la separazione, mi sono trovata a dover stare tre giorni lontana da lei. Anche nel mio matrimonio la mancanza di tempo dedicato l’uno all’altra mi ha fatto molto soffrire. Insomma il “mio” tempo è stato per molto tempo il tempo che mi mancava, quello del desiderio.

Negli ultimi due anni mi è stato regalato un sacco di tempo e così ho il privilegio di osservarlo con attenzione questo tempo che passa. Lo vedo passare sul mio corpo - ovviamente non mi fa piacere - lo sento passare dentro di me ad ogni respiro, cerco di ascoltare quello che mi racconta, cerco di capire in quale tempo mi trovo io e cosa sia l’hic et nunc, il qui e ora per me.

Credo proprio che abbia a che fare con l’essere in armonia, in contatto con la parte più profonda di noi stessi. Questo esercizio è più facile nella solitudine e tanto più impegnativo nella relazione. Difficile ma non impossibile. A me è capitato in qualche momento raro e prezioso. Quello che nel “mio” tempo rende possibile vivere il presente è proprio la consapevolezza del passato. Il mio tempo è un tempo della memoria e la mia memoria è una memoria di tutto il corpo, una memoria viva e pulsante. In questa memoria ci sono suoni, voci, colori, odori, sensazioni tattili, emozioni, paure, rabbia, gioia, fiducia, speranza, tristezza, solitudine, la mia vita. Senza quelle particelle di memoria non esiste l’elemento tempo, non per me.

Tra pochi giorni ricorre la giornata della memoria e Liliana Segre è stata nominata senatrice. L’ho sentita alcune volte alla radio raccontare la storia della ragazza che era. Il tempo e la memoria che racconta sono quelli della Storia, eppure nella sua narrazione non manca mai la persona con emozioni e riflessioni personali.

Ieri sera ho visto al cinema l'ultimo film di Virzì "Ella e John" che, pur non essendo un capolavoro, tratta in modo tenero e delicato il tema della perdita della memoria, sempre quella personale, anche se condivisa nell'ambito della coppia e delle relazioni familiari.

Davvero credo con tutta me stessa che la perdita di memoria sia il male, la negazione assoluta dell'identità, la rinuncia ad avere un'identità. Nella condivisione del ricordo, nella testimonianza dell'altro, nei rapporti familiari e amicali che ci accompagnano nel tempo, quel presente di verità e identità che non ignora il percorso ma lo conosce, nel bene e nel male,  ci aiuta a portare il peso delle sconfitte e ci sostiene nei cambiamenti.

Lo scrivere è un’altra forma di memoria, consente di scattare fotografie alla nostra interiorità e di poterla incontrare e ritrovare. Il presente che cerco di vivere non può negare la mia storia e la mia identità, non può che contenere le mie scelte, passate e presenti. Per altri il tempo è dimenticanza e il cambiamento avviene per sostituzione. Altri ancora vivono nel futuro. Alcuni, pochi, riescono con mirabile equilibrio a tenere memoria e progetto senza mai dimenticare il presente, senza mai trascurare di vivere e dedicare ogni giorno il proprio tempo a coloro che amano e alla parte più vera e profonda di sé.

Sono ancora piccola, ma sto crescendo e da grande voglio essere così. Dal momento che qualcuno dice che il tempo non esiste, magari ci riesco.

domenica 7 gennaio 2018

Cammino

Oggi sono stata in Val d’Orcia a camminare tra calanchi, roverelle, carbonato di calcio e anidride carbonica. Mi piace camminare, mi è sempre piaciuto, ma in certi momenti particolarmente difficili della mia vita mi ha anche curato. Ricordo che, in un periodo di depressione che ebbi oltre venti anni fa, ritrovai energie e fiducia proprio andando a camminare sulle colline intorno Firenze, in quel periodo me ne andai anche in vacanza da sola al Parco dell’Uccellina e ricordo quei giorni con intensità e precisione, forse meglio di tante vacanze decisamente più emozionanti.
Oggi camminando guardavo quegli alberi con i loro rami protesi quasi a porgermi la mano, a offrirmi appoggio, una carezza, un abbraccio e mi sentivo accolta e parte di tutto ciò che mi circonda e, in ciò, meno sola. Il camminare stesso, lo spostare un piede dopo l’altro e incontrare il suolo ogni volta mi trasmetteva lo stesso benessere di quando giro scalza per casa. In bioenergetica chiamano grounding questa connessione con il suolo e le attribuiscono una fondamentale importanza per l’equilibrio e il benessere dell’individuo.
Credo proprio che quando si vive un lutto o una perdita davvero ci vengono a mancare le radici e il contatto con l’ambiente naturale ci riconsegna la nostra umanità perduta non ricostituendoci come unità integra  prima della rottura o del danno ma riconoscendoci come parte di un’unità superiore.

Di più, la terra che percorro solitamente è la mia terra, la mia Toscana, e la sento madre. Non la madre che ho perduto, ma in qualche modo madre; allo stesso modo un ramo proteso non può sostituire il sostegno e la carezza che ho perso, ma il suo abbraccio sarà sempre lì per me, non mi tradirà, non mi verrà meno.

Ecco camminare ci riconnette alle nostre radici più antiche e più durature, ci riporta tra le braccia della nostra terra e ci garantisce un pezzo di identità, quella umana, che non perdiamo mai.
Il cammino però non è solo questo, anche se sarebbe già tanto, il cammino è progressione, evoluzione, percorso. Nel cammino realizziamo quello che siamo, non a caso parliamo di cammino per indicare la nostra vita nel suo svolgersi. Pensiamo alle fiabe e all’importanza che in esse è rivestita dal cammino nello sviluppo dei personaggi, nella loro crescita e nella rappresentazione delle prove da sostenere e dei successi riportati.
Il cammino quindi rappresenta l’evoluzione e realizzazione dell’individuo. Camminando si muta e si cresce, si entra in contatto con la nostra interiorità – esistono anche delle forme di meditazione camminata.
Camminando si fanno anche incontri importanti, alcuni pericolosi o comunque ignoti e nuovi, altri destinati ad essere compagni di strada, alleati, complici. Qualche volta, se si è fortunati, si cammina anche mano nella mano e allora davvero ci si sente perfetti. Se poi dovessimo scoprire di non essere perfetti, ci saranno gli alberi a ricordarci che, comunque, siamo e che siamo umani.
Il cammino come percorso è quello che agiamo ogni giorno della nostra vita e ad ogni bivio, ad ogni scelta perfezioniamo il disegno di chi siamo, di chi vogliamo essere. Il cammino è pellegrinaggio, offerta e ricerca di sé quotidiana.
Buon cammino!


lunedì 1 gennaio 2018

Principio

Nel giorno del nuovo inizio per eccellenza vorrei provare a riflettere su cosa significhi inizio per me.
Ieri mi sono divertita a leggere gli auguri e le citazioni che circolavano sul web, parlo ovviamente dello spaccato statisticamente forse poco rilevante del mondo social che seguo e che non ha ovviamente pretesa di esaustività, due le citazioni che mi sono particolarmente piaciute:

“L'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.” (Cesare Pavese) twittata da Gianfranco Ravasi, e,

“Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso e rinnovarmi ogni giorno”. (Antonio Gramsci) twittata da Massimo Bray.

Inizio come vita, quindi, e fine come morte. Chiunque abbia esperienza reale e vissuta della fine sa quanto ciò sia vero. E’ anche vero però che la coppia principio-fine, come gioia-dolore o vita-morte o amore-odio, rappresenta solo una presunta opposizione dal momento che nessuno dei concetti significati può esistere prescindendo dal suo contrario.

Nessuna manifestazione della nostra vita e della nostra interiorità può esistere in modo statico; esperienze, comportamenti, sentimenti e pensieri fluiscono in un processo costante nel quale anima e corpo oscillano tra gli elementi delle coppie di opposti determinando, attraverso scelte di campo, la vera natura di colui che compie tali scelte.

Il principio, difatti, non è un fattore esterno ma un atto generativo, un processo, una scelta. Il fatto che oggi sia il primo gennaio e che ieri sera io abbia gettato una cosa vecchia o che indossi una cosa nuova non fanno di per sé principiare un bel niente, però sono utili simboli e i simboli, come le fiabe per i bambini, ci aiutano ad orientarci.

Per essere più precisi, il principio non è un atto generativo ma l’atto generativo assoluto. Con questa parola si inizia la Genesi “in principio Dio creò il cielo e la terra”, con questa parola, nel Vangelo di Giovanni, si definisce la natura di Gesù, la cui nascita abbiamo festeggiato da pochi giorni “in principio era il Verbo”. Il principio delle scritture è quindi origine e creazione.
Prologo di Giovanni (Papiro Bodmer II - Ginevra)


Ho trattenuto queste due citazioni proprio per il principio creativo che contengono, per l’elemento di scelta che presuppongono, per la dimensione etica che ci portano. Non a caso la parola principio ha, tra i suoi significati, quella legge morale kantiana, la convinzione profonda, la norma che guida e determina i comportamenti umani.
E da dove possiamo iniziare se non dai nostri princìpi?

domenica 17 dicembre 2017

Esprimersi

L'espressione di sé è un tema molto popolare tra psicologi, psicanalisti e pedagogisti e anche direi fra non addetti ai lavori. Si tratta ovviamente di cosa sacrosanta che non voglio minimamente demolire proprio io che sostengo la necessità di verità e consapevolezza. Quello che mi lascia perplessa è che un atto di libertà e sincerità possa in effetti essere viziato da un malinteso di fondo. Il malinteso è la cornice di individualismo ove si realizza questa rivelazione di interiorità.

Esprimere deriva da spremere e mi pare non necessiti spiegazioni. Questo tirare fuori, presuppone quindi un "fuori", il vero agente del processo. L'espressione si realizza nella reciprocità, come scambio, stimolo, dare e ricevere. Questo è profondamente vero quando cerco di manifestare il mio pensiero all'uomo che amo o a mia figlia, ma non lo è di meno se il "fuori" è più vasto e variegato, come ad esempio coloro che leggeranno questo blog. Pensiamo, per fare un esempio più illustre ad artisti come la Abramovic e al senso che avrebbero le loro rappresentazioni prescindendo dalla relazione con il pubblico.
Ogni spremitura diviene rivelazione solo nel momento in cui è raggiunto l'interlocutore, altrimenti non è espressione ma paranoia.

Sempre più spesso mi trovo a pensare che questo malinteso sia all'origine di buona parte del malessere che affligge la nostra società. In tempi nei quali tutto è lecito la potenza liberatoria dell'espressione dell'interiorità sembra quasi aver mutato di segno.

Spezzare legami o infrangere tabù e regole imposte non realizza la rivelazione, né libera alcuna energia rimanendo l'espressione sempre confinata agli angusti limiti dell'individuo.

Mia figlia è andata all'asilo quando aveva un anno e mezzo. In quel periodo il suo carattere subì una naturale trasformazione originata dal confronto, anche acceso, con gli altri bambini. Iniziò ad essere possessiva, gelosa delle sue cose, gridava spesso "E' mio!", qualche volta era anche prepotente. Non mi sembrava più lei. Chiaramente doversi contendere un giocattolo o l'attenzione di un'educatrice, dover pazientare in fila per avere la pappa o essere presa in braccio, doversi confrontare con altri bambini, a volte passando per un conflitto, hanno inciso in questa sua metamorfosi. Da uno spazio autoreferenziale dove ella si trovava al centro delle attenzioni di un esercito di adulti adoranti pronti a soddisfare ogni suo bisogno, era passata ad una realtà nuova e frustrante dove imparava che la soddisfazione dei bisogni non è un automatismo.
Ho dimenticato di aggiungere una cosa, Anna si svegliava la domenica mattina e mi chiedeva "ma oggi non si va a scuola?" e metteva il broncio quando le dicevo "no". Chi l'avrebbe mai detto che in una fase pre-sociale e in un contesto che le generava anche frustrazioni una piccolina di due anni desiderasse andare anche la domenica. Forse perché in quel confronto realizzava l'espressione di sé più che al centro di una galassia di adulti essendo costretta a modularsi su quel "fuori" meno condiscendente.

A volte mi imbatto in articoli sull'età evolutiva che propongono approcci deregolamentati all'istruzione e alla formazione per consentire lo sviluppo pieno e libero di quel sé che deve esprimersi, come se fosse un monolite assoluto e cristallizzato piazzato da qualche parte all'interno degli individui in attesa di essere spremuto, come se non si formasse proprio dentro il limite e nel confronto, come se non si modulasse sul soggetto al quale rivelarsi, come se non si rivelasse allo stesso individuo proprio nella relazione e nella reciprocità.

Quando mia figlia ha iniziato a dire "E' mio!" ero quasi infastidita.. poi mi sono abituata e anche lei ha capito che non era tutto suo e tutto per lei. Adesso che ha quasi sedici anni e per affermarsi mi attacca e mi nega, faccio fatica, a volte reagisco pure male sfiancata dalle discussioni e dall'atteggiamento di sfida. Spero che nel confronto che abbiamo le si riveli il sé che cerca faticosamente di definire come tutti gli adolescenti.

Mi è meno facile capire le persone della mia età che si mettono al centro della giostra e cercano la perenne soddisfazione di bisogni. Mi è quasi impossibile capirli quando per affermarsi sentono il bisogno di negare gli altri. Credo che questa abusata espressione del sé possa rivelarsi una trappola involutiva. Nella negazione dell'interlocutore si nega anche ogni possibile espressione della propria personalità e interiorità. Un'importante acquisizione del ventesimo secolo sta diventando la patologia del ventunesimo.

La nostra interiorità si rivela solo grazie agli altri, a quello che leggiamo, alle parole che ascoltiamo e che diciamo interagendo, a quello che vediamo guardandoci intorno. L'espressione è tale se viene accolta e raccolta, ed è adulta se nasce a sua volta da un accoglimento e non da una negazione.

Esprimiamoci pure ma cerchiamo non la soddisfazione di bisogni individuali ma la rivelazione dei veri bisogni che possono nutrire le relazioni della nostra vita.


domenica 10 dicembre 2017

Delusione

Il vocabolo che mi risuona oggi è strettamente connesso con il tema della scorsa settimana e ne è una possibile conseguenza. Quante volte nella vita le nostre attese vengono deluse... quante volte sentiamo tradita la nostra fiducia, la nostra speranza.

Eppure, nel momento stesso in cui utilizziamo la parola delusione per esprimere questo tradimento e la disperazione e il vuoto che ne conseguono, in quel momento ci accorgiamo che la parola che ci risuona dentro è quella che ha generato il nostro sconforto attuale: illusione.

L'illusione è inganno, percezione distorta della realtà, menzogna. Amiamo credere vero ciò che desideriamo, ma è pur vero che ciò che non è reale non può avverarsi per definizione. Nella delusione ci inganniamo ancora una volta, come nell'illusione precedente.

Come salvaguardare attesa, speranza, fede e scongiurare inganno e illusione? Liberandoci da pregiudizi. Abbandonandoci ad un'attesa che è apertura all'altro, non applicazione all'altro dei nostri canoni. 

Non è possibile vita senza speranza e, come dice un amico, non si può eliminare l'alea. Sarebbe quindi saggio essere consapevoli dell'inganno al quale ci abbandoniamo, del sogno nel quale fluttuiamo sospesi, dell'aleatorietà di un risultato che può non corrispondere minimamente all'aspettativa iniziale. 

Senza illusione non vi è delusione. Questa semplice equazione ci dice perché non dobbiamo sentirci traditi se non da noi stessi. Non possiamo fare a meno di sperare, di credere, di amare, ma dobbiamo dare a questi sentimenti spessore e verità e non depotenziarli trasformandoli in inganno. Dobbiamo credere nel loro potenziale creativo. Una realtà immaginata è possibile solo se la si costruisce non certo se la si ritiene vera. 

Per la stessa ragione dobbiamo accogliere la delusione del fallimento, la fine del sogno sognato non con amarezza ma con vero dispiacere. Il dolore ci aiuta con la sua violenza a ritrovare la speranza; l'amarezza e la delusione ci rendono passivi spettatori della nostra vita, eternamente traditi dagli altri, vittime vere di noi stessi. 

Delusione è parola divisiva, serve per dire "tu mi hai tradito", dispiacere è parola costruttiva vuole esprimere la stessa pena senza disperdere fiducia e speranza. Riconoscendo le ragioni dell'altro.

Coltivare attesa e speranza ma non illusione. Affrancarsi dall'amarezza della delusione, dal gelido e mortale giudizio, dall'insidioso pregiudizio. Avere il coraggio per vivere i nostri sogni e la forza per affrontare le nostre sconfitte.

Sono stata delusa nella mia vita e, certamente, ho molto deluso. Forse proprio per questo conosco l'amarezza della delusione, il tradimento, la disillusione, la sconfitta. Una cosa l'ho imparata, sentirmi delusa non mi fa stare meglio, giudicare, assegnare responsabilità  ed emettere sentenze non mi aiuta a ricostruire la speranza.

Tuttavia voglio continuare a sperare, a credere e a vivere; chissà quante volte ancora mi dovrò ingannare, chissà se adesso riesco a non farmi illusioni, a dare voce e spazio al bene fuggendo i sogni.

So che riesco a dare fiducia a me stessa, al mio potere creativo, alla realtà che cerco di guardare con attenzione sperando e illudendomi di riuscire un giorno a vederla così com'è.

domenica 3 dicembre 2017

Attesa

Affrontare un tema come l'attesa per me costituisce una vera sfida. Diciamo che la pazienza non è una qualità che mi viene proprio naturale. Sono una persona puntuale e, come tutte le persone puntuali, condannata a lunghe e immeritate attese. Mi sembra di non avere mai abbastanza tempo e detesto quando gli altri decidono per me come devo usarlo facendomi aspettare. 
Con questa premessa potrei anche fermarmi qui e stabilire che l'attesa sia una condizione subita e non scelta e, come tale, una violenza, un momento di malessere nel rapporto con se stessi e con gli altri.

In effetti non è questo il mio proposito. Voglio parlare dell'attesa come approccio e come scelta. Un'attesa non riconducibile ad un fatalismo che fornisce un alibi all'incapacità di prendere decisioni, ma dettata da una volontà precisa e consapevole di voler maturare le proprie scelte modellandole su bisogni reali e profondi e non su impulsi del momento e finti bisogni indotti.

Tempo fa mio cognato mi raccontava di come da ragazzino avesse a lungo messo da parte i risparmi per acquistare un binocolo e di come poi avesse alla fine lasciato il binocolo nella vetrina del negozio felice di aver raggiunto il suo obiettivo ma realizzando di non averne veramente bisogno.

Questa è l'attesa che ho imparato con dolore e fatica ma che mi ripaga di una consapevolezza chiara e di un senso profondo di quelle che sono le mie motivazioni.

L'attesa è la grande assente dell'attualità. Tutto si consuma in pochi istanti e uso il verbo consumare perché di ciò che popola il nostro quotidiano spesso non rimane niente. Le nuove tecnologie hanno stravolto tempi e modalità di approccio al mondo esterno. Siamo sempre, perennemente connessi, bombardati di informazioni (spesso fake, post-vere, inutili). Siamo sempre a disposizione degli impulsi che ci governano da fuori e sempre meno in contatto con noi stessi.

Quando ero ragazzina e a scuola ci davano da fare una ricerca  questo si traduceva nel cercare libri sull'argomento, a casa o in biblioteca, nell'utilizzare l'enciclopedia e collegare i contenuti trovati a quanto studiato sui libri di scuola. Il lavoro richiedeva tempo e impegno e quell'attività di recupero e rielaborazione di dati poteva veramente significare un'acquisizione di maggiori capacità e conoscenze. Le ricerche fatte da mia figlia alle medie sono state, a mio avviso, una colossale perdita di tempo, un copia e incolla di contenuti presi da fonti non necessariamente attendibili trovati sul web grazie ai cosiddetti "motori di ricerca". Chissà perché si chiamano così; in effetti, a pensarci bene, generano un vero spostamento della ricerca, un moto dall'interno verso l'esterno. La ricerca non è più nostra, non siamo noi gli agenti, i motori, noi siamo meri utenti che trovano risultati scelti da altri che decidono cosa mostrare e cosa no.

I social, così rassicuranti con le loro risposte immediate e i loro like fingono di esaltarci e darci valore quando in realtà ci usano a fini commerciali. Il pullulare di corsi universitari e master in web marketing dovrebbero farci riflettere, così come le informazioni  che ci vengono rubate e utilizzate poi per proporci contenuti su misura o quasi.

Quello che ci viene proposto raramente soddisfa un nostro reale bisogno, si tratta per lo più di bisogni indotti, ineliminabili nella società dei consumi, ma ritagliati sulla base dei nostri profili, della nostra schedatura web.
Spesso questi bisogni ci sembrano così reali, perché così vicini ai nostri interessi, che ne sentiamo l'urgenza, magari alimentata da un'offerta imperdibile che sta per scadere. Con un click acquistiamo in pochi istanti qualcosa che ci verrà recapitato e di cui non sappiamo l'origine e solo più tardi ci accorgiamo che avremmo potuto benissimo farne a meno (pensiamo a quello che è successo il giorno del black friday). 

Nel mio lavoro lo strumento principale è la posta elettronica. Arrivano continue email e si è continuamente distolti da quello a cui si stava lavorando costretti a spostare l'attenzione altrove, non necessariamente su questioni più urgenti. Questa dissociazione è divenuta una condizione del vivere quotidiano e si necessita di grande equilibrio per rimanere connessi ai nostri veri bisogni, alle nostre priorità. 

Ecco che l'attesa ci aiuta a costruirci gli anticorpi, a rimanere connessi con la nostra interiorità e i nostri principi, a stabilire le priorità e rimanere focalizzati su quelli che sono i nostri veri bisogni come esseri umani e non come consumatori o naviganti a caccia di like.

La parola attesa ha una connotazione positiva, c'è nell'attesa la speranza, è aspettativa. Non è mai subita, è invece sempre espressione del soggetto che attende e che tende verso una meta. 

Attesa agìta e costruttiva contro la distruzione del consumo istantaneo.


Sesso