lunedì 15 giugno 2020

Distanziamento


In tanti hanno scritto dei diari durante la quarantena. Descrizioni a volte anche minuziose di un quotidiano ristretto e autoreferenziale, alle quali facevo fatica a interessarmi anche quando scritte da abili penne.
Adesso che la quarantena è superata e sostituita da prudenza e distanza. Adesso mi viene voglia di interrogarmi e annotare questo confronto con un mondo immutato oppure del tutto inedito.
Per qualche strano motivo, forse chiaro a psicologi e terapeuti ma a me oscuro, di fronte alla realtà fenomenica e altra mi sento spaesata e, a tratti, affaticata. Infatti, se la cifra del mio vivere in quarantena era quella dell’impegno. Un voto monastico a rispettare orari, riti, prestazioni professionali e cure familiari e domestiche; ecco, la cifra di questa nuova fase di riabilitazione alla vita è quella di una fatica interiore e anche fisica nel recupero dello spazio e della socialità. Questo lungo isolamento è stato connotato da una miscela tra una profonda introspezione e un’attenta osservazione dell’umanità e della realtà, ovviamente nella loro rappresentazione veicolata dai mezzi di comunicazione e informazione. Uno studio antropologico e sociale del quale mi trovavo a essere oggetto e soggetto insieme.
Tutto è cambiato; eppure, non per tutti allo stesso modo.
Per molti questa emergenza ha significato malattia e lutto; per alcune categorie, lavoro in condizioni di rischio ed emergenza. Su tanti si sono abbattute le spietate conseguenze della crisi economica. Per molti si è trattato di un cambio di vita, di abitudini e di quotidiano. Una reclusione forzata tra le quattro mura domestiche in un palinsesto di attività alcune smart e altre con la scopa o il mestolo in mano. C’è stata una riscoperta del nido, per chi ce l’ha, e della famiglia. Una famiglia a tratti anni cinquanta, con angeli del focolare intenti a sfornare pane e torte di mele, un po’ tribale, in una strenua difesa della capanna, a tratti contaminata da un esterno che, trovando la porta sbarrata, si è introdotto in casa dallo schermo.
Dalle nostre celle di clausura abbiamo incontrato la professoressa impegnata nella DAD con il marito che transita alle sue spalle intento a caricare la moka, il collega spettinato, con la felpa, che partecipa alla riunione seduto sul letto, la voce del bimbo che chiede come risolvere il problema di matematica, il sorriso di un amico felice di vederti, pur da lontano. Il lavoro si è impossessato del salotto, occupando un tavolo che un tempo serviva per ospitare gli amici a cena. Il lavoro, che un tempo era davvero remoto, anzi, quasi recondito, si è avvicinato e scoperto, gettando una luce su una porzione della nostra vita per lo più ignota a chi ci vive accanto. Gli insegnanti hanno visto camerette disordinate e tappezzate di foto e oggetti; gli studenti hanno fatto esperienza dei professori incorniciati da affetti e suppellettili, probabilmente più umani e, spesso, teneri ai loro occhi, nel tentativo di familiarizzare con strumenti mai sperimentati. Genitori sempre altrove si sono ritrovati sotto lo stesso tetto dei figli per un tempo lunghissimo.
Nessuno avrebbe probabilmente scelto anche solo una delle manifestazioni di questo esilio dal mondo, eppure, questa esperienza ci ha regalato consapevolezze mai intuite prima.
Di contro, il mondo si è ristretto. Hanno fatto il loro ritorno i confini e sono cresciute le distanze da interporre tra le persone. Come vittime di un’illusione ottica siamo inizialmente spariti, puntini infinitesimali perduti in una natura incommensurabile, ridotti a numero da statistica. Nel microscopio della nostra vita in cattività quel puntino si è ingigantito a dismisura, mentre il mondo si andava restringendo sempre più. E mentre fuori si riaffacciavano i confini ci siamo resi conto di non esperire più il confine del sé, confuso in un habitat sempre uguale o esercitato in un esterno ove lo spazio si espande per decreto o ordinanza, quando non per paura.
Stiamo gradualmente riacquistando spazio e incontri pur con prudenza e limitazioni, più o meno elastiche; tuttavia, questo percorso di avvicinamento è pensato per farci tornare a consumare, ma non veramente ad incontrarci ed essere vicini.
Quello che è successo è immane e chi ne nega la gravità offende la memoria dei defunti e dei malati e usa strumentalmente il malcontento per trarne vantaggio personale, tuttavia, non è accettabile trascurare le conseguenze umane e sociali oltre che sanitarie, economiche ed educative di questa epidemia.
L’essere umano acquisisce abitudini con estrema facilità e l’abitudine alla distanza e all’isolamento potrebbe lasciare tracce indelebili e difficili da curare in una civiltà già estremamente individualista e prigioniera della realtà virtuale.
Non sentivo il bisogno dei diari della quarantena, ma vorrei che ora ci fermassimo a pensare a come vogliamo accostarci all’altro nella fase di riabilitazione che abbiamo davanti.
Mi piacerebbe che questo momento fosse raccontato perché l’introspezione senza occasioni di confronto resta una vuoto mulinello. Solo nell’incontro si può conoscere anche se stessi e credo saremo tutti curiosi di sapere come siamo cambiati nel passaggio che abbiamo conosciuto. Cosa guida l’avvicinamento all’altro in questo strano tempo? Curiosità, affinità, desiderio, timore, forse, cura. Si vede tanta rabbia in giro. Quando viene meno il prossimo, fanno la loro comparsa i nemici e le contrapposizioni. Ecco, credo sia la “fase” di cui dobbiamo preoccuparci tutti.

sabato 28 marzo 2020

Deserto


Come molti cittadini esco solo per fare la spesa e gettare l’immondizia dal momento che posso lavorare da casa. MI mancano molto le mie passeggiate in collina, il paesaggio, perfino il quartiere con i suoi rumori. Tuttavia quando esco il mio solo desiderio è tornare a casa, perché soffro lo spazio urbano disumanato. Tollero con grande fatica le immagini dal drone  della mia città deserta. Una città non sono i suoi monumenti, per quanto unici ed eterni, non è il Grand Canyon o il Sahara o la savana. Una città è uno spazio antropico ed esiste solo come tale, non può e non deve essere un paesaggio da assaporare, una prateria da immaginare. E’ città solo nella misura in cui è vissuta. 

Ho sempre amato questo quadro e ne ho un poster in camera. “La città ideale” rappresenta uno spazio apparentemente inabitato anche se quella porta aperta allude ad una possibilità di incontro e accoglienza che oggi è negata. Per questo l’immagine di Papa Francesco ieri sera in preghiera nella piazza desolata ha conferito all’evento un impatto emotivo intenso. 


Il Pontefice ha scelto deliberatamente di abitare quello spazio desolato, evocando con la sua solitaria preghiera la ricerca di interiorità e raccoglimento nel deserto della quarantena di Gesù, ma anche riportando l’uomo nello spazio che gli appartiene ed esiste solo nel riconoscimento reciproco. I passi incerti di Francesco sul sagrato mi sono apparsi come una tenera carezza alla solitudine dolente del vuoto urbano.


Siamo ancora cittadini senza abitare la città? E La città è ancora tale nello scorrere ininterrotto del selciato?

Le nuove tecnologie ci asserviscono da anni, ma, in questa circostanza, ci hanno consentito di lavorare, seguire una lezione scolastica, essere informati, vedere amici e parenti segregati altrove, ascoltare concerti improvvisati. Tuttavia la polis virtuale non può che costituire un pallido surrogato dell’ambiente antropizzato e tutti siamo consapevoli del fatto che una videochiamata non è un abbraccio. 


Responsabilmente restiamo a casa isolati anche dai nostri più stretti familiari e con tristezza e solidarietà leggiamo le notizie e ascoltiamo i bollettini di questa epidemia globale che lascerà dietro di sé un mondo necessariamente mutato. Soli, nelle nostre abitazioni che sembrano non avere più un legame reale con un esterno desertificato. Prego dalla mia casa ogni giorno, ma sono grata al Papa per aver riempito con la sua preghiera il freddo vuoto di una piazza senza passi e senza voci.

sabato 7 marzo 2020

Contagio

Una storia per raccontare questi giorni o forse solo per farsi compagnia



Sara percorse gli ultimi trenta metri del marciapiede accelerando il passo. All’angolo con via Frusa incrociò un uomo e le loro spalle si urtarono. Si rese conto di non sapere veramente se fosse più infastidita per quel contatto o per aver aumentato il passo come a voler raggiungere il portone prima possibile e ritrovarsi al sicuro a casa propria, lontana da umani potenzialmente contagiosi. Provò stizza e vergogna. Si ritrovò a salire le scale stancamente senza nessuna voglia di chiudersi nel guscio.

Aprendo la porta di casa le giunse la voce di Irene. Dal tono le fu chiaro che la figlia stava probabilmente registrando un vocale per qualche amica o gruppo whattsapp. Quando si rivolgeva a lei aveva due tipi di sonorità possibili: il monotòno annoiato e sfuggente di quando rispondeva alle domande della madre o quello seccato e distante che riservava alle sue osservazioni. Quando invece parlava con le amiche o registrava a loro beneficio modulava toni ed espressioni, mutava registro, conferiva intenzione, interpretava come un’attrice consumata l’intero spettro dei possibili stati d’animo. I suoi vocali erano una raccolta caleidoscopica di emoticon sonore.

“… deve dimostrare a tutti che non le importa, dai raga è evidente. Io la ignorerei…”

“Ciao Irene!” disse Sara guardandola dalla porta della camera. La ragazza era distesa sul letto, la testa poggiata sullo zaino e con la mano teneva il cellulare davanti a sé continuando a parlare senza neanche voltarsi”.

Sconsolatamente si tolse le scarpe ed entrò in bagno a lavarsi le mani. Si tolse la camicetta e la gonna grigia che aveva indossato in ufficio e afferrò la tuta da casa. Ogni sera nel fare quel gesto le sembrava di andare eroicamente incontro al proprio destino di donna invisibile, abbandonava gli abiti curati ed eleganti per entrare nel ruolo di casalinga disperata previsto dal palinsesto serale.

Si buttò sul divano e riprese il libro di Eshkol Nevo dove l’aveva lasciato la sera precedente. Si sarebbe concessa uno o due capitoli prima di mettersi ai fornelli.

“Ciao fra!” disse Irene entrando in salotto dopo circa mezz’ora. “Cosa c’è per cena?” “Ciao tesoro. Minestrone, frittata e insalata.”

“ah”

“Hai studiato oggi?”

“No.” Rispose evaporando.

“Irene, non sottovalutare la situazione. Non siete in vacanza. Vi tengono a casa per limitare il contagio, ma non è una vacanza e non puoi permetterti di perdere scuola ed esercizio”.

La porta della camera di Irene si era già chiusa alle sue spalle e poco dopo sentì la musica impossessarsi della stanza e consentire alla ragazza di recuperare materialità nel canto e nel movimento.

La musica cessò solo quando Sara la chiamò per la terza volta per la cena. Si trovarono di fronte al tavolo di marmo della cucina. Nessuna delle due in fondo aveva desiderio di parlare. O meglio, nessuna delle due aveva voglia di essere ancora delusa.

“Ci guardiamo un film insieme stasera?”

“Probabilmente esco”

“Anche stasera? Guarda io lo sai come la penso su questo coprifuoco e sulla chiusura delle scuole. Però nelle cose ci vuole equilibrio e responsabilità. Lo Stato ha dato disposizioni e chiede la collaborazione di tutti per limitare il contagio. Non dico di chiuderti in casa, ma magari puoi evitare di stare sempre in giro e per locali…”.

Irene, senza mai smettere di fissare il telefono e digitare convulsamente, si alzò di scatto da tavola e senza degnare la madre di una risposta o anche di uno sguardo uscì e si chiuse nuovamente la porta alle spalle.

Sara sentì una fiacchezza infinita che la schiacciava, sentì il pianto arrivare, in pochi secondi le sua guance furono attraversate da silenziosi lacrimoni. Afferrò lo scottex, ne strappò un pezzo e si asciugò gli  occhi e si soffiò il naso. Buttò nel sacchetto il pezzo di carta e si diresse disciplinatamente in bagno per lavarsi le mani. Tutta questa attenzione alle secrezioni del corpo le pareva una patologia ossessiva e paranoica, l’individualismo era stato soppiantato dall’atomizzazione. Lo squillo del telefono la distolse dalle sue riflessioni. Era Fabiola: “Ciao Sara. Come stai? Allora hai visto il teatro è chiuso, niente spettacolo domani sera”.

“Non me ne parlare! Avevo anche i biglietti per “la Sonnambula”. Anche la presentazione del libro di Saverio è stata annullata. Insomma, capisco le motivazioni, ma questa sospensione della vita la trovo davvero inquietante”.

“Eh si. Io stasera vado al cinema, me ne infischio. Tutto il giorno in agenzia davanti al pc. Clienti tre. Se continua così il Palmieri mi dice di restarmene a casa e non mi rinnova il contratto. E’ meglio che esca e non ci pensi”.

“Io non ce la faccio. Le immagini dei cinema con le sedie vuote tra le persone per tenere lo spazio… non so, mi fa tristezza. Preferisco guardarmi qualcosa su Netflix. Domani dovrei pranzare con Vieri. Mi sa che resto in casa. Comunque questa situazione è irragionevole e disumana. Oggi mentre camminavo mi sembrava di essere un soldato di fanteria che schivava gli altri passanti come fossero baionette. Ho paura di come stiamo diventando”.

“Dai non privarti di un’uscita con Vieri, sei sempre così contenta di vederlo! Io dovevo vedere Federico stasera ed ho sfissato, ma il virus è una scusa. Mi sono accorta che non avevo voglia. Irene che fa?”

“Lasciamo perdere. Avvinghiata in un costante amplesso con lo smartphone. Adesso poi il virtuale è diventato la realtà sostitutiva ufficiale e approvata dalle istituzioni… hai visto anche le scuole faranno le lezioni online…”

“Mala  tempora, cara mia. Son d’accordo con te. Se cambi idea e hai voglia di un film, sedute a un metro… avvisami, ti passo a prendere, ti faccio sedere dietro...”. Fabiola rise e si salutarono.

Sara riprese a riordinare la cucina. Mentre passava il piano e le ante col detergente urtò il barattolo porta caffè di ceramica. L’avevano acquistato in Puglia. Ricordava quel giorno con limpidezza come nemmeno la giornata appena trascorsa in ufficio. Le pareva ancora di vedere la luce chiara e totale di quell’agosto. Stavano cercando un posto per mangiare ed erano già quasi le tre. Erano sfiniti e Irene mugolava sul seggiolino dietro. Giorgio ricordava una trattoria lì in quel paese e giravano da dieci minuti con l’auto nel tentativo di ritrovarla. Ad un certo punto si trovarono davanti un banco in strada che vendeva ceramiche. Sara aveva voluto fermarsi e avevano acquistato tre barattoli, sale, zucchero e caffè. Erano di ceramiche bianca con disegni color mattone e verde.

“Che è successo?” Chiese Irene entrando nella cucina. “Nooo! Che peccato!” si chinò a raccogliere i pezzi scrutando con la coda dell’occhio il volto della madre, come una bestia interiore la pena si intrufolava fin sotto la pelle e si protendeva verso Sara per ricongiungersi alla sua. Sara era sgomenta. Prese la scopa e la cassetta e raccolse i resti anche di quella memoria. Non provava niente. In effetti stava pensando che forse avrebbe dovuto ricomprarli comunque tutti e tre e cambiare barattoli, oltretutto nella nuova cucina non stavano neanche tanto bene.

Irene ripensò a quel giorno in Puglia. Ricordava la fame e la stanchezza. Ricordava come aveva iniziato a piangere, quando la madre si era fermata dal venditore di ceramiche. Ricordava di aver detestato anche il padre che gongolava felice quando la sua “ragazza” adocchiava qualcosa, era sempre pronto ad accontentare i desideri di Sara, anche i suoi capricci. Irene ricordava di essere stata perfino gelosa qualche volta. Adesso non riusciva ad immaginare la gioia pazza e insensata che avrebbe provato nel rivedere quello sguardo del padre, nel vederlo ancora adorare e viziare la sua ragazza. Anche con la nuova moglie gli piaceva fare il galante e la viziava in ogni modo, eppure Irene sapeva di non avergli mai più rivisto quello sguardo.

Sara si era buttata di nuovo sul divano col suo romanzo. La testa su un bracciolo, i piedi sopra l’altro. Scalza, come sempre. Quando Irene le passò accanto pronta per uscire, le sorrise e la ragazza buttò un bacio e proseguì: “non  torno più tardi dell’una, ciaooo”.

“Ciao tesoro! Mi raccomando fai attenzione e usalo quel gel!”

Si alzò dal divano appena Irene fu sul pianerottolo e si avvicinò alla finestra per curiosare. C’era un solo ragazzo ad aspettare Irene. Lo vide scostare delicatamente i capelli di Irene e baciarla.  Rimase ancora alcuni secondi per fissare nella memoria la tenerezza e la cura che aveva scoperto, poi si ritrasse.

Si riempì la vasca di acqua calda. Buttò la tuta nel cesto della biancheria e si immerse, chiudendo gli occhi.

Si domandava chi fosse quel giovane del quale stranamente non aveva ancora saputo niente. Ripensò che dieci giorni prima Irene le scriveva messaggi di terrore sul virus e le chiedeva di comprare la mascherine e ora se ne andava in giro tranquilla a baciare giovani sconosciuti. Pensò che quando dell’allarme e della crisi si erano impossessati gli adulti, per i ragazzi era diventata solo l’ultima convenzione e i provvedimenti governativi avevano solo accresciuto la distanza. Quale miglior modo di trasgredire se non il bacio proibito?

Indossò l’accappatoio e si diresse in camera dove trovò nuovi messaggi di Vieri sul telefono dimenticato sul comodino. Lesse divertita e rispose. Vieri collaborava con il suo studio e trascorreva metà del tempo in Belgio e metà a Firenze. Sara amava la sua compagnia e a volte ripensava divertita ai suoi messaggi e alle sue parole per giorni interi. Rimase sul letto a scrivere ridendo, poi si salutarono, d’accordo che il giorno seguente avrebbero fatto una passeggiata portandosi un panino e avrebbero trascorso qualche ora insieme evitando locali. Mise su SADE  e pensò al bacio dei ragazzi. Your love is King, canticchiva, ballando così, scalza, con la tuta da casa, una gioiosa e scanzonata voglia di trasgredire.

domenica 11 agosto 2019

Stelle


In una giornata torrida come quella di oggi una gita fuori porta in cerca di frescura e di respiro può alleviare la pesantezza del clima urbano ma anche dell’asfittico spazio domestico oscurato e senza voce. Non ero mai stata a Firenzuola. La nostra meta era il passo della Futa e a Firenzuola abbiamo dedicato una breve sosta. Prima di andare ho interrogato Wikipedia ed ho scoperto che Firenzuola è il comune più a nord della città metropolitana di Firenze e che il centro abitato venne edificato al tempo del Granducato e deve il suo nome al capoluogo toscano. Ho anche appreso che a Firenzuola si trova un museo della pietra serena, che però abbiamo trovato chiuso, ma, soprattutto, ho trovato una notizia veramente interessante: in questa zona, il 10 agosto 1968 è caduto un meteorite.

Personalmente trovo la notizia molto interessante e rivelatoria. Non ho cognizione di frequenti localizzazioni di meteoriti e mi è parsa cosa piuttosto singolare; ma ammetto di non interessarmi abitualmente di corpi celesti. L’associazione tra 10 agosto e la parola meteorite mi si è imposta con la sua verità scientifica al di là della formula stantìa e abusata di “notte delle stelle cadenti” con il loro carico greve di desideri espressi che sono spesso miseri bisognini. Mentre scrivo mi accorgo che nella parola desiderio ci sono già le stelle e che il moto che ci spinge ad alzare lo sguardo è inverso e ci viene suscitato dall’alto. Il desiderio è un’aspirazione al sublime, non una fame o un bisogno da soddisfare.

Ora che il firmamento mi appare in tutto il suo siderale e distante splendore provo l’impellente bisogno di tornare, anzi di precipitare sulla terra a cavallo del meteorite al quale voglio manifestare tutta la mia simpatia. Ritengo di avere titolo per questa presa di posizione in difesa dell’evento calamitoso che nessuna compagnia assicurativa si sognerebbe di coprire, perché proprio il 10 di agosto ho avuto il mio personale e specifico meteorite e, anche se mi ha causato non pochi danni, ne conservo un ottimo ricordo. E poi, diciamo la verità, le stelle, così distanti, che se ne brillano di luce propria lassù, inaccesibili e solitarie, meccanica celeste del nostro destino di marionette per gli appassionati di oroscopi, possono riempirci il cuore di stupore e desiderio, ma ci lasciano lì a sperare in soluzioni dall’alto sottraendoci al nostro diritto e dovere di agire e di scegliere, ogni giorno, il bene o il male. Privandoci del rischio, dell'alea inseparabile dalle scelte d'amore.

Cimitero germanico della Futa - Foto mia
Il libero arbitrio è il tema centrale della storia del Grande Inquisitore contenuta ne “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij e oggetto della rappresentazione teatrale itinerante Pro e Contra alla quale ho assistito presso il suggestivo cimitero germanico del Passo della Futa.

 Lo spettacolo contrappone il nichilismo e l’indifferenza di una vita senza Dio al desiderio di vita e di senso che si realizza ogni giorno nel ricordo, nell’azione, nello sguardo d’amore. 

Un desiderare di farsi stelle, il de-siderare se stessi per illuminare intorno, per dare la luce e la vita a coloro che amiamo, senza bruciarsi in onanistiche combustioni che lasciano una scia di gas ma non regalano una sola fiammella.

Sul cratere lasciato dal meteorite nella nostra terra possiamo mettere una croce e una data e serbare un dolce ricordo, come saggiamente ci insegna il cimitero. Alle stelle possiamo guardare con emozione e stupore, ma senza chiudere gli occhi ed esprimere desideri per i quali non avremmo il coraggio di combattere in prima persona.

sabato 29 giugno 2019

Estate

Foto mia
Al mare giugno è il mese dei bambini; si sa. Appena chiuse le scuole si riversano sulle spiagge. Un mercoledì di fine giugno, passeggiando sulla battigia questo banale luogo comune acquista una sostanza fatti di corpicini che si spostano incerti e traballanti con secchielli, braccioli e palette o che ciondolano intorno all’ombrellone vagamente annoiati, occhieggiando i vicini. Una volta fuori dal mondo perfettamente organizzato e tecnologico nel quale hanno un ruolo chiaro e ben definito e del quale conoscono perfettamente la coreografia, i bimbi mostrano qualche incertezza di fronte alla distesa d’acqua senza fine che si trovano davanti e a quel tempo non scandito e vincolato. Come se non sapessero cosa farsene. I veri protagonisti sono i nonni. Certo; perché la maggior parte di questi bimbi “in ferie” è affidata alle cure amorevoli dei nonni.

Un bambino aggrappato alla schiena della nonna  spenzola nell’acqua come un’esca mentre l’agile e corpulenta signora con i capelli corti e scuri di tinta si muove nell'acqua provando a dare lezioni di nuoto: “Ecco, qui non si tocca. Muovi le gambe, ma tieniti! Quando è più bassa te lo dico e provi staccarti”.

Come incantato il nipotino le fissa la schiena, tenendosi forte, senza fare il minimo movimento. “Ma sei tutta sudata!” “Macché sudata! Sono bagnata!”.

Mi allontano nuotando dalla scena, divertita e al tempo stesso stupita di come la realtà materica possa sfuggire a queste creature per le quali può essere misteriosa come per me il Bosone di Higgs.

E così camminando mi scopro a guardare quei corpi maturi, come una sorta di ultimo baluardo della realtà fisica e della forza dei sentimenti più profondi. Disteso sul bagnasciuga, immobile come un salodato di guardia, un nonno si lascia ricoprire di sabbia bagnata versata da un secchiello minuscolo in uno stillicidio che potrebbe durare ore. Imperturbabile col cappellino da sole, offre così il proprio corpo in sacrificio alla piccola nipotina addetta alla colata.

Mano nella mano una coppia in età decisamente avanzata mi cammina davanti, il passo lento e attento, le mani intrecciate, una meta da raggiungere.

E quante signore attempate, di buon passo, con abbastanza primavere da sapere che ogni estate potrebbe essere l’ultima, esporre così il corpo nudo alla brezza marina, sentire la sabbia sotto i piedi, il rumore della risacca, guardare il bagnasciuga che trascolora e riluce ad ogni onda.

Ho prenotato una camera con la terrazza che affaccia sul mare. Solo due notti per noi due, solo tre giorni insieme alla mia piccola donna che alle volte mi sembra un po’ marziana, quando mi parla di tatuaggi e musica trap, ancora di più quando inaspettatamente mi legge a voce alta la città invisibile di Calvino che ha il mio nome. E io le leggo Tolstoi e le cito il Principe Nicola Andrèievic Bolkonski che dice alla figlia “La scioccheria ti uscirà dal capo” e ridiamo, ridiamo insieme e insieme ridiamo dello chef nervosetto che al ristorante mi sbriciola pane sulle pietanze e si offende se non le mangio, ridiamo facendoci una foto.

La comunione con un altro individuo non può mai essere assoluta e scontata. Ci avviciniamo per vie misteriose e ci sentiamo lontani, a volte irrimediabilmente. Come l’onda che lambisce e illumina un lembo di spiaggia per poi ritrarsi lasciandolo più scuro, così la comunione viene e va. Ritorna coi gesti d’amore, con le scelte quotidiane; immobili sepolti sotto la sabbia, al largo con una creatura che specchiandosi nelle gocce scintillanti sulla tua schiena imparerà a nuotare, tenedosi per mano, sempre più stretti quando il passo si fa più incerto.

Estate. Vento sulla pelle, sabbia sotto i piedi. Guardarsi allo specchio con affettuosa indulgenza e assaporare i frutti succosi e maturi della stagione. Avere la fortuna di amare e saperlo, mentre guardiamo dormire chi si ama, con il cuore che sembra scoppiare. Estate è pienezza di vita e verità sotto il sole.

domenica 9 giugno 2019

Vulnerabilità

Alcuni giorni fa con il Laboratorio di scrittura di Alessandra siamo   andati in gita e la meta della gita era Piazza D'Azeglio, dove  Alessandra ci ha chiesto di scrivere una storia, un ricordo, una descrizione; insomma, ci ha chiesto di sedersi su una panchina  e  narrare. Io ho un ricordo legato a quella piazza che non mi ha   lasciato scelta e voglio condividerlo sul blog con questo titolo   perché credo alle parole di C.S. Lewis, autore fantasy di Narnia, che "amare significa essere vulnerabili" e credo che lasciarsi ferire  sia una capacità, una vera abilità, strettamente connessa alla  nostra  capacità di amare. 


Piazza D'Azeglio
Foto di Alessandra Cafiero



La sistemai sul passeggino e lo sollevai con lei seduta che mi guardava sempre piena di stupore. Con una forza che prima di Anna non sapevo di possedere scesi le scale, così, la borsa su una spalla e il passeggino contro il corpo. Uscii in strada, borbottai contro i soliti automobilisti indisciplinati e le auto parcheggiate sul marciapiede che mi costringevano a continue e pericolose deviazioni in piena carreggiata.
Non credo di aver mai veramente avuto paura della morte fino alla gravidanza e ai primi anni di vita di Anna. Ricordo con chiarezza il terrore di essere investita, di abbandonarla, di venir meno al mio compito.
Piazza D’Azeglio era quieta e assonnata un po’ come me, spossata da una notte faticosa. Feci scendere Anna e tenendola per mano la portai a cavalcare sulla molla e poi sull’altalena.
Il suo passo era ancora incerto e traballante, aveva un anno e mezzo. La presi in braccio e la sistemai sull’altalena. Rideva felice pronta a volare e io la tirai verso di me guardandola sorridere e poi la spinsi via con forza per farla volare in alto. L’altalena oscillò all’indietro e quando raggiunse la massima altezza, in quell’istante di fermo immagine che segna l’inizio della discesa e del ritorno, la vidi scivolare lentamente, le manine sollevate, inermi.
Il colpo ai denti fu violento, piangeva, il viso insanguinato. Non ricordo più bene. Ricordo una signora che mi si accostò porgendomi il dentino. Ricordo di essere andata al Meyer in taxi.
Poi ricordo molto bene quel sorriso bellissimo e perfetto devastato e scomposto da un vuoto, una ferita sempre aperta.
“Vede signora il trauma purtroppo ha danneggiato gli alveoli. Gli incisivi anteriori non cresceranno”
“E quindi, scusi, cosa posso fare, un impianto?”
“Si, certo. Quando avrà 18 anni, non prima”.
Ricordo bene le visite dal dentista, le radiografie, le TAC, gli apparecchi, il dito in bocca che faceva diventare sempre più grande la finestra che le squarciava il sorriso. Ricordo le richieste sempre uguali: “Ti è cascato un dente? E’ passato un topolino?” . Ricordo Anna paziente. Ferita e paziente.
Ricordo bene quel giorno ad agosto 2013, la mamma era morta da poco più di un mese e sulla gengiva, là in alto, si vedeva come un puntino. Ricordo Anna che si toccava e si guardava allo specchio finché non fu certa che quel puntino era un minuscolo pezzettino di quel dente informe, scuro e senza radice che nonostante tutto aveva trovato la strada e voleva uscire.
“E’ stata la nonna dal cielo” disse.
Forse era davvero così e so che la mamma se avesse potuto farmi un regalo mi avrebbe fatto proprio quello.
Ricordo quando lasciammo il dentista, due anni fa, con le faccette lisce e bianche poste sopra quelle escrescenze sgraziate. Ricordo di averla guardata sorridere felice. Mai così felice. Mai quanto me nel vederla.
Quante volte ho pensato che quella mattina avrei potuto rimanere a casa e non portarla ai giardini, avrei potuto non metterla sull’altalena, accorgermi che era difettosa.
Questa storia è ancora oggi la storia della mia vita che vorrei riscrivere. Il destino che vorrei cambiare. La forza degli eventi che non possiamo controllare, il dolore che dobbiamo accettare, la colpa che dobbiamo portare.
Non ho saputo farti volare. Mi hai insegnato a guardare il cielo.


Anna - Foto mia

venerdì 29 marzo 2019

Vuoto

Seduta nella nostra cucina con la schiena dritta, questo il ricordo più vivido della nonna Anna, forse perché quello abituale, l’esperienza che facevo di lei, quasi ogni giorno. E quel gesto, che un po’ mi irritava e un po’ mi ipnotizzava: le mani poggiate sul grembo, le dita intrecciate e quell’ossessivo girare i pollici, prima in un verso e poi nell’altro. Come una sfida che da quell’angolo cresceva pacatamente assumendo le dimensioni di un turbine che smascherava un vuoto, uno spazio di non senso che ci riguardava tutti.

Qualche sera fa ero seduta sulla poltrona di un cinema e abbassando lo sguardo ho incontrato le mie mani non più giovani poggiate nel medesimo modo e i pollici si sfioravano incerti come puledri scalpitanti pronti a farsi un giro. Sono trasalita. Ho subito alzato la testa e mi sono guardata intorno, chidendomi se qualcuno poteva essersi accorto che non ero più io. Cioè lo ero, pur sempre, ma quelle rughe sulle dita e quel moto involontario mi hanno trasformata anche in altro, in mia nonna. Tuttora quel gesto mi inquieta, di più se a compierlo sono le mie mani, di più se le scopro così, sul fatto.

Non poi così difficile scovare un vuoto intorno; nella mia vita è facilissmo, non serve neanche scomodare la nonna Anna. La verità è che quello che ho trovato è più complesso ed ha a che fare con l’invecchiare, con l’esperienza, con gli strati di pelle, con le cicatrici, con i gesti appresi e anche con quelli involontari.

Il 29 marzo 1929 la nonna Anna partoriva la mia mamma.

Questa giovane donna mi guarda con naturale eleganza in un abito cucito con le sue belle mani, la pelle liscia e luminosa, la caviglia delicata, il prodigioso sorriso. Da questa foto non si possono certo indovinare i lutti, la guerra, la fame, le battaglie della bimba che è stata. Questa giovane donna ha ancora una vita davanti che non le risparmierà molto, eppure nessun turbine le ha portato via il senso e il sorriso.

Questa donna è stata tante cose che ho rifiutato e non ho voluto essere, eppure resta la mia maestra, la mia guida, il modello più nobile.

Quel sorriso mai perduto, come la pelle liscia, sono i ricordi che mi porto dentro in un pieno di senso che non ha paura di tanti vuoti. Questa ragazza non è invecchiata dentro, ha conservato la capacità di stupirsi e gioire, ha portato dentro di sé un cuore affaticato ma grandissimo ed ha lasciato un vuoto pieno di sé.

Questa ragazza mi dice che con l'età si accorcia il tempo ma cresce lo spazio e nella me che invecchia c’è posto per la ragazza, per la nonna, per la madre, per la figlia, per stupirsi, per riempire il vuoto di tutto il bene di cui sono capace e provare ogni giorno, sempre a dargli un nome.

Sesso