sabato 5 febbraio 2022

Sesso

Si. Proprio quella parola lì. Ecco.
Perché se ne fa sempre di meno, come dimostrano i numeri sulla natalità di un paese tra i più vecchi al mondo, dove in compenso stupri e molestie sembrano non faticare a trovare attori adeguati.

Lo scorso anno mi è capitato di leggere un libro di Edoardo Lombardi Vallauri “Ancora bigotti”. Libro argomentativo e ironico, nello stile dell’autore, che ho trovato a tratti assolutamente condivisibile, a tratti decisamente forzato e irritante. Certo, argomentare e riflettere non sono sinonimi, tuttavia un saggio di taglio sociologico può anche scoprirsi fragile se alla visione si sostituisce il punto di vista. 

Di Vallauri possiedo un paio di testi di linguistica divorati con attenzione, lo apprezzo molto e anche questo testo è stimolante e assolutamente da leggere. Per questo mi scuso per la sintesi riduttiva che segue. Dopo un’iniziale analisi socio-linguistica di stereotipi e pregiudizi radicati nella nostra società, nonché veri e propri tabù, che ci vietano di affrontare direttamente argomenti della sfera sessuale, nonostante la sua assoluta naturalità, l’autore, con un singolare sillogismo, passa dall’esaltazione della sessualità come naturale e sacra espressione dell’individuo, pulsione innata e veicolo di appagamento e felicità, alla condanna della monogamia e della fedeltà come crudele e innaturale limitazione, che rende irrimediabilmente infelici.

Ovviamente sono portatrice di un punto di vista non proprio coincidente con quello di Vallauri, ma senza voler argomentare su un tema magico come la felicità né spacciare ricette o peggio trasformare il mio punto di vista in una tesi universale e, in assenza di statistiche sull’effettiva felicità procurata dalla quantità e varietà di partner sessuali rispetto alla loro qualità, mi piacerebbe condividere alcune riflessioni sull’argomento.

Partiamo dai dogmi. L’evoluzionismo, l’assoluta naturalità dell’atto sessuale e la sua piena legittimità fra adulti consenzienti. Dopo la lettura di “Ancora bigotti”, non mi sono rifugiata scandalizzata nell’Antico Testamento, ma ho fatto un ripasso sull’evoluzionismo con Richard Dawkins e “Il più grande spettacolo della terra”. Tra le informazioni interessanti che riporta il libro di Dawkins ci sono le percentuali di americani creazionisti che non credono all’evoluzionismo. Quello sì mi ha scioccata abbastanza. Poi giorni fa ho letto la percentuale di italiani che ritiene che la terra sia piatta e mi sono accorta che ormai non mi sciocca più niente, figurarsi il sesso di Vallauri. Comunque mi pareva giusto stabilire prima le coordinate perché l’evoluzionismo ovviamente non è in discussione mai nella mia riflessione.

Come la natura pone le condizioni perché le specie siano stimolate a selezionare caratteri funzionali alla loro sopravvivenza e riproduzione è indubbio che l’ambiente incide nel suo complesso in certi processi e un ambiente antropizzato e dominato dalla tecnica incide necessariamente anche su istinti atavici e innati come il desiderio sessuale e la spinta riproduttiva, ma, soprattutto, incide sull’effettiva o auspicata “ricerca della felicità”. I cavernicoli non avevano netflix e nemmeno il campionato, sicuramente non c’era la partita di calcetto, la pizza o l’aperitivo, non c’era il teatro, l’opera e nemmeno il pub, soprattutto non c’erano instagram e facebook. Diciamo che non c’era gara. Quando vediamo una coppia al ristorante che siede silenziosa ciascuno guardando il proprio smartphone, nessuno si aspetta che pagato il conto si infilino nel primo portone per fare sesso.

 Qualche giorno fa il giornale riportava il caso di un’azienda che, non vendendo più preservativi, ha riconvertito la produzione in guanti di lattice. Pare che molte persone attive sui social e nelle chat di incontri si dilettino in sexting, foto e altre amenità virtuali, ma solo raramente decidano di incontrarsi per stabilire un contatto carnale. Insomma direi che qualcosa è profondamente mutato e non credo sia colpa del Papa. Il sesso è una forma di comunicazione e di relazione e queste due categorie si sono trasferite in buona parte in rete, saturando gli spazi e restringendo di molto il campo destinato a forme di comunicazione e relazione fisica. La sopraggiunta pandemia non ha agevolato l’incontro e l’instaurazione di rapporti con altri corpi potenzialmente contagiosi, mentre le prolungate coabitazioni hanno generato tensioni anche all’interno delle coppie consolidate. 

Quanto alla specie, la sopravvivenza è messa seriamente in discussione dal suo stesso impatto ambientale e dal cambiamento climatico in atto. Quindi la “felicità” ha una correlazione sempre meno diretta con la riproduzione e sempre più con benessere e longevità. Inoltre, per giovani senza una posizione professionale stabile la riproduzione rappresenta più un rischio che un’esigenza. Spesso si trovano distanti da eventuali partner migliaia di chilometri in città dove non hanno amicizie e dove, magari, lavorano fino a tardi, così, le occasioni di incontro e “comunicazione” sono poche, mentre i social parlano la rassicurante lingua di casa e illudono con l’apparente prossimità di “amici” in realtà assai distanti.

 Ulteriore deterrente a una soddisfacente vita sessuale è rappresentato dalla sovrabbondanza di immagini di corpi e della pornografia che con la rete ha raggiunto facilmente anche i più giovani e indifesi, che hanno dovuto costruirsi una mappa non attraverso il corpo proprio e dei coetanei ma attraverso immagini a volte traumatizzanti e comunque esterne che offrono una rappresentazione forzata quando non violenta. Individualismo e isolamento aiutati dal web ci stanno portando ad atomizzare tutte le esperienze inclusa quella sessuale. Tuttavia, come opportunamente ricorda Emanuele Coccia nel suo “La filosofia della casa”: “Gli organi sessuali sono forse tra i più strani tra quelli di cui siamo dotati. Sono difatti gli unici, che presuppongono per il loro uso la presenza e l’azione di un altro soggetto”. Quindi è necessario e naturale ed evolutivo congiungersi con altri.

 Fin qui direi che siamo tutti d’accordo. Alcuni, come Vallauri, ritengono che un solo partner sia frustrante e solo nella varietà e nel ricambio si trovi la felicità e, sicuramente, sarà così nella loro esperienza. Tuttavia non ne farei una verità universale, quanto piuttosto una concezione, tipicamente maschile, forse mutuata dai conigli, magari attraverso un antenato comune. Costruire un’intimità gioiosa e curiosa e una sessualità appagante è un percorso non di rado lungo e impegnativo e la coppia è, fin dalle prime civiltà, il luogo più idoneo per percorrerlo. Con la doverosa attenzione per ogni assunto che parta dal rispetto delle inclinazioni e scelte libere degli individui, rifuggirei da facili ricette di felicità. Personalmente assegno all’esclusività sessuale un ruolo importante in una relazione amorosa, ma sono sicura, che vi siano coppie aperte, desiderose di varietà e completamente felici, che scelgono consapevolmente e in perfetta armonia di amarsi senza precludersi altre esperienze, magari solo fisiche. Finché non si fa del male a nessuno ogni scelta è legittima. Credo però non vi sia possibile felicità dove qualcuno soffre.

Materia complicata però le relazioni umane, e molto sfuggente la felicità. Quindi eviterò di dire cosa sia per me e mi limiterò a tornare sul concetto iniziale. In una civiltà nella quale la specie è minacciata solo da se stessa, la riproduzione non è un fattore che garantisca alcunché. Inoltre il desiderio atavico e naturale è inibito da mille timori causati non solo da questioni sanitarie, ma anche da un immaginario distorto dal porno, e dall’ostentazione del corpo, magari ritoccato. E’ molto facile generare ansia e timore di non essere adeguati o adeguatamente performanti. Quando mi dissero ai bambini di prima media i più grandi mostravano video porno per scioccarli, una domenica, finito il pranzo, feci una lezione di sessualità alla mia piccola undicenne. La poverina non ne aveva neanche tanta voglia, ma sono contenta di averle parlato con naturalezza di certe cose e di aver mantenuto, anche in seguito, apertura rispetto a certi temi, senza tuttavia chiedere mai niente.

Una cosa stragiusta la dice Vallari, bisogna parlarne. Questo è il vero tabù. La parola libera molto più del porno, la parola evoca immaginari personali, suscita il desiderio, da nome all’innominabile e spazio alla reciproca conoscenza. Il vero fine ultimo delle relazioni umane, e anche della sessualità.

 Alla fine, la crisi del sesso, è solo l’ennesimo esempio di una crisi di relazione e comunicazione molto più vasta e ciò non può non allarmarci. L’uomo è un animale sociale e comunicativo, l’individualismo lo rende infelice sicuramente più della monogamia. Avvicinarsi ad un'altra persona, guardarla, toccarla e scoprirla, tentare umilmente e teneramente di conoscerla. Credo che non basti non essere bigotti, credo si debba superare tante convinzioni e acquisire la serena consapevolezza che l’assoluta conoscenza di un altro individuo non la si raggiunge mai. Non si smette mai di scoprirsi, forse la “varietà” che può rendere felici è proprio questa.

venerdì 4 settembre 2020

Famiglia

 

 

In questi giorni si chiude un cerchio importante per me e la parola famiglia scolora in un volume della mia storia che ha un suo posto nella parte alta della libreria, quella che si raggiunge con la scala. La costola sfilacciata, alcuni fogli staccati, un fiore, o meglio un ago di pino tra le pagine ingiallite.

Quando un cerchio si chiude, si generano, come per magia, due spazi distinti dove prima non vi era soluzione di continuità. L’unità sacra e inviolabile si è incrinata e la crepa ha fatto la sua strada fino al punto dal quale era originata. Chiudere il cerchio consente di lasciare fuori chi e cosa quell’unità ha distrutto. Al tempo stesso offre la possibilità di preservare all’interno ciò che quell’unità ha nutrito e che di essa si è nutrito.

Se mi chiedo cosa sia la famiglia e se la sua sostanza resti dentro o fuori dal cerchio, devo ammettere che ciò che resta sono memorie e nostalgia di un’unità perduta, un sentire magari anche comune, ma sicuramente non condiviso.

La familia latina era originariamente costituita dagli schiavi della casa, una sorta di pertinenza. Anche oggi il concetto di famiglia resta per lo più legato alla coabitazione, prevista peraltro dal codice civile, che struttura l’istituzione per gradi e ruoli con precisi diritti e doveri. Un’obbligazione giuridica prima ancora di una volontà spontanea. Chi mi conosce sa che, a differenza di coloro che considerano il matrimonio civile un rito squallido, ho sempre apprezzato la lettura degli articoli del codice civile che sanciscono diritti e doveri dei coniugi: fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione nell'interesse della famiglia e coabitazione. Questo perché non ho mai pensato ai legami amorosi come a una vicenda esclusivamente romantica e passionale. Se è indubbio che sia possibile essere fedeli, collaborare e coabitare senza amarsi è, a mio avviso, improprio, definire “amore” un legame che non si fondi su tali basi.

Oggi, nella cosiddetta società liquida, deresponsabilizzazione e individualismo sono la nuova religione fondamentalista. La conseguenza di ciò è che la famiglia arriva fin dove arriva “la buona sorte”, difficilmente oltre. Qualche sera fa ho ascoltato con interesse e piacere Sandro Veronesi durante la manifestazione “la città dei lettori”, in quell’occasione lo scrittore toscano, ha affermato che la famiglia non esiste più, ha cessato di esistere quando ha cessato di essere indissolubile.

In parte sono d’accordo con lui. Sicuramente la famiglia non è più la stessa e quando gli psicologi ci ripropongono modelli genitoriali o affettivi fondati su categorie come “ruolo”, “autorità” ed “esempio”, provo la sgradevole sensazione che si siano trasferiti tutti su un altro pianeta dimenticandomi quaggiù alle prese coi social e a fronteggiare armata di freccette una trasformazione epocale della società assimilabile a una bomba atomica.

La famiglia non è più indissolubile e quando il cerchio si chiude viene lasciata fuori, lontana nello spazio e nel tempo. Al suo posto, ovvero accanto ad alcuni eroici esempi di famiglie in via d’estinzione come orsi e koala e di singoli affezionati all’anacronistica indissolubilità, ci sono una molteplicità di “esperienze solidali e pseudo-familiari” alle quali i soggetti partecipano sulla base di un’economia delle scelte dettata dal benessere reciproco.

Forse in una società longeva come la presente, la competizione naturale non è più volta a riprodursi ma a garantirsi le migliori condizioni di vita il più a lungo possibile. Il comportamento più adattivo è ovviamente quello che supera l’individualismo in una solidarietà che implica cura e sostegno di un gruppo, di una comunità, di una pseudo-famiglia in un’economia delle scelte dettata da affetto e attenzioni. Non chiamiamoli “congiunti”, se possibile, spostiamo l’attenzione dal vincolo all’impegno. La famiglia o le pseudo-famiglie necessitano adulti responsabili che si assumano oneri e scelte nell’interesse di una persona o un gruppo di persone. Corresponsabili, complici, solidali. Soggetti che assumono spontaneamente un compito, che non è un dovere scritto e che non può limitarsi alla ricerca del benessere individuale. Più che di affetti stabili, forse si dovrebbe parlare di affetti responsabili. Il concetto di “pertinenza” implicito nel termine latino si trasferisce su un piano diverso per necessità all’interno di un’epoca nella quale la domus ha perso il ruolo centrale e aggregante che aveva in passato, le unioni sono spesso caratterizzate da distanze anche transnazionali e al posto della soffitta abbiamo il cloud. Forse si potrebbe pensare a un concetto di “coinvolgimento”, che ha anche una connotazione più orizzontale e meno gerarchica.

Ciononostante la vetusta indissolubilità, se non supportata dal diritto, può continuare ad essere una categoria dello spirito. Il fatto che la legge mi consenta un comportamento non implica ovviamente che me lo imponga. Perché mai, sapendo quanto tutto sia provvisorio e relativo, dovremmo darci “per sempre” a qualcuno? Secondo quale logica dovremmo ritenere di poter sfidare la cattiva sorte o anche solo il tempo?

Per un atto di fede. Uno slancio, un salto nel buio, una scommessa, una scelta. La fede nuziale è insieme simbolo dell’unione e cerchio chiuso che segna un limite e un confine (se non una pertinenza). Quello che sta dentro il cerchio è uno spazio dinamico che si espande o assottiglia seguendo la storia della singola famiglia e può diventare un cortile aperto e accogliente o uno scantinato buio di cui si è persa la chiave.

Foto mia

Non so se davvero la Famiglia non esista più. Eppure esistono la fedeltà, l’assistenza, la collaborazione. Soprattutto esiste la possibilità di scegliere. Una gran bella responsabilità, da indossare ogni giorno al posto di un cerchio vuoto. Se scegliere ogni giorno può apparire un’estrema espressione di libertà e consapevolezza, è evidentemente anche una immane fragilità e le vittime, per lo più indifese, di continue scelte libere e liberatorie sono i bambini e i giovani che si trovano a crescere in un mondo nel quale gli “adulti” si ostinano a non voler invecchiare o cedere loro alcuno spazio né professionale né ludico, dopo aver sottratto loro quello familiare. Negli ultimi mesi abbiamo anche deciso che la scuola è meno necessaria di una pizzeria o di una discoteca e la vediamo solo come uno spazio aperto al contagio.

Che una società senza famiglia sia meno unita e solidale e non abbia a cuore il futuro, dei più piccoli e del pianeta, mi pare evidente.

Magari dopo la familia latina, dopo la famiglia indissolubile e dopo quella liquida i nostri ragazzi ci sorprenderanno con una scelta rivoluzionaria: un atto di fede e di creatività che ricomponga l’unità perduta e generi una famiglia nuova capace di essere un valore positivo aperto, paritario e moderno, ma durevole.

lunedì 15 giugno 2020

Distanziamento


In tanti hanno scritto dei diari durante la quarantena. Descrizioni a volte anche minuziose di un quotidiano ristretto e autoreferenziale, alle quali facevo fatica a interessarmi anche quando scritte da abili penne.
Adesso che la quarantena è superata e sostituita da prudenza e distanza. Adesso mi viene voglia di interrogarmi e annotare questo confronto con un mondo immutato oppure del tutto inedito.
Per qualche strano motivo, forse chiaro a psicologi e terapeuti ma a me oscuro, di fronte alla realtà fenomenica e altra mi sento spaesata e, a tratti, affaticata. Infatti, se la cifra del mio vivere in quarantena era quella dell’impegno. Un voto monastico a rispettare orari, riti, prestazioni professionali e cure familiari e domestiche; ecco, la cifra di questa nuova fase di riabilitazione alla vita è quella di una fatica interiore e anche fisica nel recupero dello spazio e della socialità. Questo lungo isolamento è stato connotato da una miscela tra una profonda introspezione e un’attenta osservazione dell’umanità e della realtà, ovviamente nella loro rappresentazione veicolata dai mezzi di comunicazione e informazione. Uno studio antropologico e sociale del quale mi trovavo a essere oggetto e soggetto insieme.
Tutto è cambiato; eppure, non per tutti allo stesso modo.
Per molti questa emergenza ha significato malattia e lutto; per alcune categorie, lavoro in condizioni di rischio ed emergenza. Su tanti si sono abbattute le spietate conseguenze della crisi economica. Per molti si è trattato di un cambio di vita, di abitudini e di quotidiano. Una reclusione forzata tra le quattro mura domestiche in un palinsesto di attività alcune smart e altre con la scopa o il mestolo in mano. C’è stata una riscoperta del nido, per chi ce l’ha, e della famiglia. Una famiglia a tratti anni cinquanta, con angeli del focolare intenti a sfornare pane e torte di mele, un po’ tribale, in una strenua difesa della capanna, a tratti contaminata da un esterno che, trovando la porta sbarrata, si è introdotto in casa dallo schermo.
Dalle nostre celle di clausura abbiamo incontrato la professoressa impegnata nella DAD con il marito che transita alle sue spalle intento a caricare la moka, il collega spettinato, con la felpa, che partecipa alla riunione seduto sul letto, la voce del bimbo che chiede come risolvere il problema di matematica, il sorriso di un amico felice di vederti, pur da lontano. Il lavoro si è impossessato del salotto, occupando un tavolo che un tempo serviva per ospitare gli amici a cena. Il lavoro, che un tempo era davvero remoto, anzi, quasi recondito, si è avvicinato e scoperto, gettando una luce su una porzione della nostra vita per lo più ignota a chi ci vive accanto. Gli insegnanti hanno visto camerette disordinate e tappezzate di foto e oggetti; gli studenti hanno fatto esperienza dei professori incorniciati da affetti e suppellettili, probabilmente più umani e, spesso, teneri ai loro occhi, nel tentativo di familiarizzare con strumenti mai sperimentati. Genitori sempre altrove si sono ritrovati sotto lo stesso tetto dei figli per un tempo lunghissimo.
Nessuno avrebbe probabilmente scelto anche solo una delle manifestazioni di questo esilio dal mondo, eppure, questa esperienza ci ha regalato consapevolezze mai intuite prima.
Di contro, il mondo si è ristretto. Hanno fatto il loro ritorno i confini e sono cresciute le distanze da interporre tra le persone. Come vittime di un’illusione ottica siamo inizialmente spariti, puntini infinitesimali perduti in una natura incommensurabile, ridotti a numero da statistica. Nel microscopio della nostra vita in cattività quel puntino si è ingigantito a dismisura, mentre il mondo si andava restringendo sempre più. E mentre fuori si riaffacciavano i confini ci siamo resi conto di non esperire più il confine del sé, confuso in un habitat sempre uguale o esercitato in un esterno ove lo spazio si espande per decreto o ordinanza, quando non per paura.
Stiamo gradualmente riacquistando spazio e incontri pur con prudenza e limitazioni, più o meno elastiche; tuttavia, questo percorso di avvicinamento è pensato per farci tornare a consumare, ma non veramente ad incontrarci ed essere vicini.
Quello che è successo è immane e chi ne nega la gravità offende la memoria dei defunti e dei malati e usa strumentalmente il malcontento per trarne vantaggio personale, tuttavia, non è accettabile trascurare le conseguenze umane e sociali oltre che sanitarie, economiche ed educative di questa epidemia.
L’essere umano acquisisce abitudini con estrema facilità e l’abitudine alla distanza e all’isolamento potrebbe lasciare tracce indelebili e difficili da curare in una civiltà già estremamente individualista e prigioniera della realtà virtuale.
Non sentivo il bisogno dei diari della quarantena, ma vorrei che ora ci fermassimo a pensare a come vogliamo accostarci all’altro nella fase di riabilitazione che abbiamo davanti.
Mi piacerebbe che questo momento fosse raccontato perché l’introspezione senza occasioni di confronto resta una vuoto mulinello. Solo nell’incontro si può conoscere anche se stessi e credo saremo tutti curiosi di sapere come siamo cambiati nel passaggio che abbiamo conosciuto. Cosa guida l’avvicinamento all’altro in questo strano tempo? Curiosità, affinità, desiderio, timore, forse, cura. Si vede tanta rabbia in giro. Quando viene meno il prossimo, fanno la loro comparsa i nemici e le contrapposizioni. Ecco, credo sia la “fase” di cui dobbiamo preoccuparci tutti.

sabato 28 marzo 2020

Deserto


Come molti cittadini esco solo per fare la spesa e gettare l’immondizia dal momento che posso lavorare da casa. MI mancano molto le mie passeggiate in collina, il paesaggio, perfino il quartiere con i suoi rumori. Tuttavia quando esco il mio solo desiderio è tornare a casa, perché soffro lo spazio urbano disumanato. Tollero con grande fatica le immagini dal drone  della mia città deserta. Una città non sono i suoi monumenti, per quanto unici ed eterni, non è il Grand Canyon o il Sahara o la savana. Una città è uno spazio antropico ed esiste solo come tale, non può e non deve essere un paesaggio da assaporare, una prateria da immaginare. E’ città solo nella misura in cui è vissuta. 

Ho sempre amato questo quadro e ne ho un poster in camera. “La città ideale” rappresenta uno spazio apparentemente inabitato anche se quella porta aperta allude ad una possibilità di incontro e accoglienza che oggi è negata. Per questo l’immagine di Papa Francesco ieri sera in preghiera nella piazza desolata ha conferito all’evento un impatto emotivo intenso. 


Il Pontefice ha scelto deliberatamente di abitare quello spazio desolato, evocando con la sua solitaria preghiera la ricerca di interiorità e raccoglimento nel deserto della quarantena di Gesù, ma anche riportando l’uomo nello spazio che gli appartiene ed esiste solo nel riconoscimento reciproco. I passi incerti di Francesco sul sagrato mi sono apparsi come una tenera carezza alla solitudine dolente del vuoto urbano.


Siamo ancora cittadini senza abitare la città? E La città è ancora tale nello scorrere ininterrotto del selciato?

Le nuove tecnologie ci asserviscono da anni, ma, in questa circostanza, ci hanno consentito di lavorare, seguire una lezione scolastica, essere informati, vedere amici e parenti segregati altrove, ascoltare concerti improvvisati. Tuttavia la polis virtuale non può che costituire un pallido surrogato dell’ambiente antropizzato e tutti siamo consapevoli del fatto che una videochiamata non è un abbraccio. 


Responsabilmente restiamo a casa isolati anche dai nostri più stretti familiari e con tristezza e solidarietà leggiamo le notizie e ascoltiamo i bollettini di questa epidemia globale che lascerà dietro di sé un mondo necessariamente mutato. Soli, nelle nostre abitazioni che sembrano non avere più un legame reale con un esterno desertificato. Prego dalla mia casa ogni giorno, ma sono grata al Papa per aver riempito con la sua preghiera il freddo vuoto di una piazza senza passi e senza voci.

sabato 7 marzo 2020

Contagio

Una storia per raccontare questi giorni o forse solo per farsi compagnia



Sara percorse gli ultimi trenta metri del marciapiede accelerando il passo. All’angolo con via Frusa incrociò un uomo e le loro spalle si urtarono. Si rese conto di non sapere veramente se fosse più infastidita per quel contatto o per aver aumentato il passo come a voler raggiungere il portone prima possibile e ritrovarsi al sicuro a casa propria, lontana da umani potenzialmente contagiosi. Provò stizza e vergogna. Si ritrovò a salire le scale stancamente senza nessuna voglia di chiudersi nel guscio.

Aprendo la porta di casa le giunse la voce di Irene. Dal tono le fu chiaro che la figlia stava probabilmente registrando un vocale per qualche amica o gruppo whattsapp. Quando si rivolgeva a lei aveva due tipi di sonorità possibili: il monotòno annoiato e sfuggente di quando rispondeva alle domande della madre o quello seccato e distante che riservava alle sue osservazioni. Quando invece parlava con le amiche o registrava a loro beneficio modulava toni ed espressioni, mutava registro, conferiva intenzione, interpretava come un’attrice consumata l’intero spettro dei possibili stati d’animo. I suoi vocali erano una raccolta caleidoscopica di emoticon sonore.

“… deve dimostrare a tutti che non le importa, dai raga è evidente. Io la ignorerei…”

“Ciao Irene!” disse Sara guardandola dalla porta della camera. La ragazza era distesa sul letto, la testa poggiata sullo zaino e con la mano teneva il cellulare davanti a sé continuando a parlare senza neanche voltarsi”.

Sconsolatamente si tolse le scarpe ed entrò in bagno a lavarsi le mani. Si tolse la camicetta e la gonna grigia che aveva indossato in ufficio e afferrò la tuta da casa. Ogni sera nel fare quel gesto le sembrava di andare eroicamente incontro al proprio destino di donna invisibile, abbandonava gli abiti curati ed eleganti per entrare nel ruolo di casalinga disperata previsto dal palinsesto serale.

Si buttò sul divano e riprese il libro di Eshkol Nevo dove l’aveva lasciato la sera precedente. Si sarebbe concessa uno o due capitoli prima di mettersi ai fornelli.

“Ciao fra!” disse Irene entrando in salotto dopo circa mezz’ora. “Cosa c’è per cena?” “Ciao tesoro. Minestrone, frittata e insalata.”

“ah”

“Hai studiato oggi?”

“No.” Rispose evaporando.

“Irene, non sottovalutare la situazione. Non siete in vacanza. Vi tengono a casa per limitare il contagio, ma non è una vacanza e non puoi permetterti di perdere scuola ed esercizio”.

La porta della camera di Irene si era già chiusa alle sue spalle e poco dopo sentì la musica impossessarsi della stanza e consentire alla ragazza di recuperare materialità nel canto e nel movimento.

La musica cessò solo quando Sara la chiamò per la terza volta per la cena. Si trovarono di fronte al tavolo di marmo della cucina. Nessuna delle due in fondo aveva desiderio di parlare. O meglio, nessuna delle due aveva voglia di essere ancora delusa.

“Ci guardiamo un film insieme stasera?”

“Probabilmente esco”

“Anche stasera? Guarda io lo sai come la penso su questo coprifuoco e sulla chiusura delle scuole. Però nelle cose ci vuole equilibrio e responsabilità. Lo Stato ha dato disposizioni e chiede la collaborazione di tutti per limitare il contagio. Non dico di chiuderti in casa, ma magari puoi evitare di stare sempre in giro e per locali…”.

Irene, senza mai smettere di fissare il telefono e digitare convulsamente, si alzò di scatto da tavola e senza degnare la madre di una risposta o anche di uno sguardo uscì e si chiuse nuovamente la porta alle spalle.

Sara sentì una fiacchezza infinita che la schiacciava, sentì il pianto arrivare, in pochi secondi le sua guance furono attraversate da silenziosi lacrimoni. Afferrò lo scottex, ne strappò un pezzo e si asciugò gli  occhi e si soffiò il naso. Buttò nel sacchetto il pezzo di carta e si diresse disciplinatamente in bagno per lavarsi le mani. Tutta questa attenzione alle secrezioni del corpo le pareva una patologia ossessiva e paranoica, l’individualismo era stato soppiantato dall’atomizzazione. Lo squillo del telefono la distolse dalle sue riflessioni. Era Fabiola: “Ciao Sara. Come stai? Allora hai visto il teatro è chiuso, niente spettacolo domani sera”.

“Non me ne parlare! Avevo anche i biglietti per “la Sonnambula”. Anche la presentazione del libro di Saverio è stata annullata. Insomma, capisco le motivazioni, ma questa sospensione della vita la trovo davvero inquietante”.

“Eh si. Io stasera vado al cinema, me ne infischio. Tutto il giorno in agenzia davanti al pc. Clienti tre. Se continua così il Palmieri mi dice di restarmene a casa e non mi rinnova il contratto. E’ meglio che esca e non ci pensi”.

“Io non ce la faccio. Le immagini dei cinema con le sedie vuote tra le persone per tenere lo spazio… non so, mi fa tristezza. Preferisco guardarmi qualcosa su Netflix. Domani dovrei pranzare con Vieri. Mi sa che resto in casa. Comunque questa situazione è irragionevole e disumana. Oggi mentre camminavo mi sembrava di essere un soldato di fanteria che schivava gli altri passanti come fossero baionette. Ho paura di come stiamo diventando”.

“Dai non privarti di un’uscita con Vieri, sei sempre così contenta di vederlo! Io dovevo vedere Federico stasera ed ho sfissato, ma il virus è una scusa. Mi sono accorta che non avevo voglia. Irene che fa?”

“Lasciamo perdere. Avvinghiata in un costante amplesso con lo smartphone. Adesso poi il virtuale è diventato la realtà sostitutiva ufficiale e approvata dalle istituzioni… hai visto anche le scuole faranno le lezioni online…”

“Mala  tempora, cara mia. Son d’accordo con te. Se cambi idea e hai voglia di un film, sedute a un metro… avvisami, ti passo a prendere, ti faccio sedere dietro...”. Fabiola rise e si salutarono.

Sara riprese a riordinare la cucina. Mentre passava il piano e le ante col detergente urtò il barattolo porta caffè di ceramica. L’avevano acquistato in Puglia. Ricordava quel giorno con limpidezza come nemmeno la giornata appena trascorsa in ufficio. Le pareva ancora di vedere la luce chiara e totale di quell’agosto. Stavano cercando un posto per mangiare ed erano già quasi le tre. Erano sfiniti e Irene mugolava sul seggiolino dietro. Giorgio ricordava una trattoria lì in quel paese e giravano da dieci minuti con l’auto nel tentativo di ritrovarla. Ad un certo punto si trovarono davanti un banco in strada che vendeva ceramiche. Sara aveva voluto fermarsi e avevano acquistato tre barattoli, sale, zucchero e caffè. Erano di ceramiche bianca con disegni color mattone e verde.

“Che è successo?” Chiese Irene entrando nella cucina. “Nooo! Che peccato!” si chinò a raccogliere i pezzi scrutando con la coda dell’occhio il volto della madre, come una bestia interiore la pena si intrufolava fin sotto la pelle e si protendeva verso Sara per ricongiungersi alla sua. Sara era sgomenta. Prese la scopa e la cassetta e raccolse i resti anche di quella memoria. Non provava niente. In effetti stava pensando che forse avrebbe dovuto ricomprarli comunque tutti e tre e cambiare barattoli, oltretutto nella nuova cucina non stavano neanche tanto bene.

Irene ripensò a quel giorno in Puglia. Ricordava la fame e la stanchezza. Ricordava come aveva iniziato a piangere, quando la madre si era fermata dal venditore di ceramiche. Ricordava di aver detestato anche il padre che gongolava felice quando la sua “ragazza” adocchiava qualcosa, era sempre pronto ad accontentare i desideri di Sara, anche i suoi capricci. Irene ricordava di essere stata perfino gelosa qualche volta. Adesso non riusciva ad immaginare la gioia pazza e insensata che avrebbe provato nel rivedere quello sguardo del padre, nel vederlo ancora adorare e viziare la sua ragazza. Anche con la nuova moglie gli piaceva fare il galante e la viziava in ogni modo, eppure Irene sapeva di non avergli mai più rivisto quello sguardo.

Sara si era buttata di nuovo sul divano col suo romanzo. La testa su un bracciolo, i piedi sopra l’altro. Scalza, come sempre. Quando Irene le passò accanto pronta per uscire, le sorrise e la ragazza buttò un bacio e proseguì: “non  torno più tardi dell’una, ciaooo”.

“Ciao tesoro! Mi raccomando fai attenzione e usalo quel gel!”

Si alzò dal divano appena Irene fu sul pianerottolo e si avvicinò alla finestra per curiosare. C’era un solo ragazzo ad aspettare Irene. Lo vide scostare delicatamente i capelli di Irene e baciarla.  Rimase ancora alcuni secondi per fissare nella memoria la tenerezza e la cura che aveva scoperto, poi si ritrasse.

Si riempì la vasca di acqua calda. Buttò la tuta nel cesto della biancheria e si immerse, chiudendo gli occhi.

Si domandava chi fosse quel giovane del quale stranamente non aveva ancora saputo niente. Ripensò che dieci giorni prima Irene le scriveva messaggi di terrore sul virus e le chiedeva di comprare la mascherine e ora se ne andava in giro tranquilla a baciare giovani sconosciuti. Pensò che quando dell’allarme e della crisi si erano impossessati gli adulti, per i ragazzi era diventata solo l’ultima convenzione e i provvedimenti governativi avevano solo accresciuto la distanza. Quale miglior modo di trasgredire se non il bacio proibito?

Indossò l’accappatoio e si diresse in camera dove trovò nuovi messaggi di Vieri sul telefono dimenticato sul comodino. Lesse divertita e rispose. Vieri collaborava con il suo studio e trascorreva metà del tempo in Belgio e metà a Firenze. Sara amava la sua compagnia e a volte ripensava divertita ai suoi messaggi e alle sue parole per giorni interi. Rimase sul letto a scrivere ridendo, poi si salutarono, d’accordo che il giorno seguente avrebbero fatto una passeggiata portandosi un panino e avrebbero trascorso qualche ora insieme evitando locali. Mise su SADE  e pensò al bacio dei ragazzi. Your love is King, canticchiva, ballando così, scalza, con la tuta da casa, una gioiosa e scanzonata voglia di trasgredire.

domenica 11 agosto 2019

Stelle


In una giornata torrida come quella di oggi una gita fuori porta in cerca di frescura e di respiro può alleviare la pesantezza del clima urbano ma anche dell’asfittico spazio domestico oscurato e senza voce. Non ero mai stata a Firenzuola. La nostra meta era il passo della Futa e a Firenzuola abbiamo dedicato una breve sosta. Prima di andare ho interrogato Wikipedia ed ho scoperto che Firenzuola è il comune più a nord della città metropolitana di Firenze e che il centro abitato venne edificato al tempo del Granducato e deve il suo nome al capoluogo toscano. Ho anche appreso che a Firenzuola si trova un museo della pietra serena, che però abbiamo trovato chiuso, ma, soprattutto, ho trovato una notizia veramente interessante: in questa zona, il 10 agosto 1968 è caduto un meteorite.

Personalmente trovo la notizia molto interessante e rivelatoria. Non ho cognizione di frequenti localizzazioni di meteoriti e mi è parsa cosa piuttosto singolare; ma ammetto di non interessarmi abitualmente di corpi celesti. L’associazione tra 10 agosto e la parola meteorite mi si è imposta con la sua verità scientifica al di là della formula stantìa e abusata di “notte delle stelle cadenti” con il loro carico greve di desideri espressi che sono spesso miseri bisognini. Mentre scrivo mi accorgo che nella parola desiderio ci sono già le stelle e che il moto che ci spinge ad alzare lo sguardo è inverso e ci viene suscitato dall’alto. Il desiderio è un’aspirazione al sublime, non una fame o un bisogno da soddisfare.

Ora che il firmamento mi appare in tutto il suo siderale e distante splendore provo l’impellente bisogno di tornare, anzi di precipitare sulla terra a cavallo del meteorite al quale voglio manifestare tutta la mia simpatia. Ritengo di avere titolo per questa presa di posizione in difesa dell’evento calamitoso che nessuna compagnia assicurativa si sognerebbe di coprire, perché proprio il 10 di agosto ho avuto il mio personale e specifico meteorite e, anche se mi ha causato non pochi danni, ne conservo un ottimo ricordo. E poi, diciamo la verità, le stelle, così distanti, che se ne brillano di luce propria lassù, inaccesibili e solitarie, meccanica celeste del nostro destino di marionette per gli appassionati di oroscopi, possono riempirci il cuore di stupore e desiderio, ma ci lasciano lì a sperare in soluzioni dall’alto sottraendoci al nostro diritto e dovere di agire e di scegliere, ogni giorno, il bene o il male. Privandoci del rischio, dell'alea inseparabile dalle scelte d'amore.

Cimitero germanico della Futa - Foto mia
Il libero arbitrio è il tema centrale della storia del Grande Inquisitore contenuta ne “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij e oggetto della rappresentazione teatrale itinerante Pro e Contra alla quale ho assistito presso il suggestivo cimitero germanico del Passo della Futa.

 Lo spettacolo contrappone il nichilismo e l’indifferenza di una vita senza Dio al desiderio di vita e di senso che si realizza ogni giorno nel ricordo, nell’azione, nello sguardo d’amore. 

Un desiderare di farsi stelle, il de-siderare se stessi per illuminare intorno, per dare la luce e la vita a coloro che amiamo, senza bruciarsi in onanistiche combustioni che lasciano una scia di gas ma non regalano una sola fiammella.

Sul cratere lasciato dal meteorite nella nostra terra possiamo mettere una croce e una data e serbare un dolce ricordo, come saggiamente ci insegna il cimitero. Alle stelle possiamo guardare con emozione e stupore, ma senza chiudere gli occhi ed esprimere desideri per i quali non avremmo il coraggio di combattere in prima persona.

sabato 29 giugno 2019

Estate

Foto mia
Al mare giugno è il mese dei bambini; si sa. Appena chiuse le scuole si riversano sulle spiagge. Un mercoledì di fine giugno, passeggiando sulla battigia questo banale luogo comune acquista una sostanza fatti di corpicini che si spostano incerti e traballanti con secchielli, braccioli e palette o che ciondolano intorno all’ombrellone vagamente annoiati, occhieggiando i vicini. Una volta fuori dal mondo perfettamente organizzato e tecnologico nel quale hanno un ruolo chiaro e ben definito e del quale conoscono perfettamente la coreografia, i bimbi mostrano qualche incertezza di fronte alla distesa d’acqua senza fine che si trovano davanti e a quel tempo non scandito e vincolato. Come se non sapessero cosa farsene. I veri protagonisti sono i nonni. Certo; perché la maggior parte di questi bimbi “in ferie” è affidata alle cure amorevoli dei nonni.

Un bambino aggrappato alla schiena della nonna  spenzola nell’acqua come un’esca mentre l’agile e corpulenta signora con i capelli corti e scuri di tinta si muove nell'acqua provando a dare lezioni di nuoto: “Ecco, qui non si tocca. Muovi le gambe, ma tieniti! Quando è più bassa te lo dico e provi staccarti”.

Come incantato il nipotino le fissa la schiena, tenendosi forte, senza fare il minimo movimento. “Ma sei tutta sudata!” “Macché sudata! Sono bagnata!”.

Mi allontano nuotando dalla scena, divertita e al tempo stesso stupita di come la realtà materica possa sfuggire a queste creature per le quali può essere misteriosa come per me il Bosone di Higgs.

E così camminando mi scopro a guardare quei corpi maturi, come una sorta di ultimo baluardo della realtà fisica e della forza dei sentimenti più profondi. Disteso sul bagnasciuga, immobile come un salodato di guardia, un nonno si lascia ricoprire di sabbia bagnata versata da un secchiello minuscolo in uno stillicidio che potrebbe durare ore. Imperturbabile col cappellino da sole, offre così il proprio corpo in sacrificio alla piccola nipotina addetta alla colata.

Mano nella mano una coppia in età decisamente avanzata mi cammina davanti, il passo lento e attento, le mani intrecciate, una meta da raggiungere.

E quante signore attempate, di buon passo, con abbastanza primavere da sapere che ogni estate potrebbe essere l’ultima, esporre così il corpo nudo alla brezza marina, sentire la sabbia sotto i piedi, il rumore della risacca, guardare il bagnasciuga che trascolora e riluce ad ogni onda.

Ho prenotato una camera con la terrazza che affaccia sul mare. Solo due notti per noi due, solo tre giorni insieme alla mia piccola donna che alle volte mi sembra un po’ marziana, quando mi parla di tatuaggi e musica trap, ancora di più quando inaspettatamente mi legge a voce alta la città invisibile di Calvino che ha il mio nome. E io le leggo Tolstoi e le cito il Principe Nicola Andrèievic Bolkonski che dice alla figlia “La scioccheria ti uscirà dal capo” e ridiamo, ridiamo insieme e insieme ridiamo dello chef nervosetto che al ristorante mi sbriciola pane sulle pietanze e si offende se non le mangio, ridiamo facendoci una foto.

La comunione con un altro individuo non può mai essere assoluta e scontata. Ci avviciniamo per vie misteriose e ci sentiamo lontani, a volte irrimediabilmente. Come l’onda che lambisce e illumina un lembo di spiaggia per poi ritrarsi lasciandolo più scuro, così la comunione viene e va. Ritorna coi gesti d’amore, con le scelte quotidiane; immobili sepolti sotto la sabbia, al largo con una creatura che specchiandosi nelle gocce scintillanti sulla tua schiena imparerà a nuotare, tenedosi per mano, sempre più stretti quando il passo si fa più incerto.

Estate. Vento sulla pelle, sabbia sotto i piedi. Guardarsi allo specchio con affettuosa indulgenza e assaporare i frutti succosi e maturi della stagione. Avere la fortuna di amare e saperlo, mentre guardiamo dormire chi si ama, con il cuore che sembra scoppiare. Estate è pienezza di vita e verità sotto il sole.

domenica 9 giugno 2019

Vulnerabilità

Alcuni giorni fa con il Laboratorio di scrittura di Alessandra siamo   andati in gita e la meta della gita era Piazza D'Azeglio, dove  Alessandra ci ha chiesto di scrivere una storia, un ricordo, una descrizione; insomma, ci ha chiesto di sedersi su una panchina  e  narrare. Io ho un ricordo legato a quella piazza che non mi ha   lasciato scelta e voglio condividerlo sul blog con questo titolo   perché credo alle parole di C.S. Lewis, autore fantasy di Narnia, che "amare significa essere vulnerabili" e credo che lasciarsi ferire  sia una capacità, una vera abilità, strettamente connessa alla  nostra  capacità di amare. 


Piazza D'Azeglio
Foto di Alessandra Cafiero



La sistemai sul passeggino e lo sollevai con lei seduta che mi guardava sempre piena di stupore. Con una forza che prima di Anna non sapevo di possedere scesi le scale, così, la borsa su una spalla e il passeggino contro il corpo. Uscii in strada, borbottai contro i soliti automobilisti indisciplinati e le auto parcheggiate sul marciapiede che mi costringevano a continue e pericolose deviazioni in piena carreggiata.
Non credo di aver mai veramente avuto paura della morte fino alla gravidanza e ai primi anni di vita di Anna. Ricordo con chiarezza il terrore di essere investita, di abbandonarla, di venir meno al mio compito.
Piazza D’Azeglio era quieta e assonnata un po’ come me, spossata da una notte faticosa. Feci scendere Anna e tenendola per mano la portai a cavalcare sulla molla e poi sull’altalena.
Il suo passo era ancora incerto e traballante, aveva un anno e mezzo. La presi in braccio e la sistemai sull’altalena. Rideva felice pronta a volare e io la tirai verso di me guardandola sorridere e poi la spinsi via con forza per farla volare in alto. L’altalena oscillò all’indietro e quando raggiunse la massima altezza, in quell’istante di fermo immagine che segna l’inizio della discesa e del ritorno, la vidi scivolare lentamente, le manine sollevate, inermi.
Il colpo ai denti fu violento, piangeva, il viso insanguinato. Non ricordo più bene. Ricordo una signora che mi si accostò porgendomi il dentino. Ricordo di essere andata al Meyer in taxi.
Poi ricordo molto bene quel sorriso bellissimo e perfetto devastato e scomposto da un vuoto, una ferita sempre aperta.
“Vede signora il trauma purtroppo ha danneggiato gli alveoli. Gli incisivi anteriori non cresceranno”
“E quindi, scusi, cosa posso fare, un impianto?”
“Si, certo. Quando avrà 18 anni, non prima”.
Ricordo bene le visite dal dentista, le radiografie, le TAC, gli apparecchi, il dito in bocca che faceva diventare sempre più grande la finestra che le squarciava il sorriso. Ricordo le richieste sempre uguali: “Ti è cascato un dente? E’ passato un topolino?” . Ricordo Anna paziente. Ferita e paziente.
Ricordo bene quel giorno ad agosto 2013, la mamma era morta da poco più di un mese e sulla gengiva, là in alto, si vedeva come un puntino. Ricordo Anna che si toccava e si guardava allo specchio finché non fu certa che quel puntino era un minuscolo pezzettino di quel dente informe, scuro e senza radice che nonostante tutto aveva trovato la strada e voleva uscire.
“E’ stata la nonna dal cielo” disse.
Forse era davvero così e so che la mamma se avesse potuto farmi un regalo mi avrebbe fatto proprio quello.
Ricordo quando lasciammo il dentista, due anni fa, con le faccette lisce e bianche poste sopra quelle escrescenze sgraziate. Ricordo di averla guardata sorridere felice. Mai così felice. Mai quanto me nel vederla.
Quante volte ho pensato che quella mattina avrei potuto rimanere a casa e non portarla ai giardini, avrei potuto non metterla sull’altalena, accorgermi che era difettosa.
Questa storia è ancora oggi la storia della mia vita che vorrei riscrivere. Il destino che vorrei cambiare. La forza degli eventi che non possiamo controllare, il dolore che dobbiamo accettare, la colpa che dobbiamo portare.
Non ho saputo farti volare. Mi hai insegnato a guardare il cielo.


Anna - Foto mia

venerdì 29 marzo 2019

Vuoto

Seduta nella nostra cucina con la schiena dritta, questo il ricordo più vivido della nonna Anna, forse perché quello abituale, l’esperienza che facevo di lei, quasi ogni giorno. E quel gesto, che un po’ mi irritava e un po’ mi ipnotizzava: le mani poggiate sul grembo, le dita intrecciate e quell’ossessivo girare i pollici, prima in un verso e poi nell’altro. Come una sfida che da quell’angolo cresceva pacatamente assumendo le dimensioni di un turbine che smascherava un vuoto, uno spazio di non senso che ci riguardava tutti.

Qualche sera fa ero seduta sulla poltrona di un cinema e abbassando lo sguardo ho incontrato le mie mani non più giovani poggiate nel medesimo modo e i pollici si sfioravano incerti come puledri scalpitanti pronti a farsi un giro. Sono trasalita. Ho subito alzato la testa e mi sono guardata intorno, chidendomi se qualcuno poteva essersi accorto che non ero più io. Cioè lo ero, pur sempre, ma quelle rughe sulle dita e quel moto involontario mi hanno trasformata anche in altro, in mia nonna. Tuttora quel gesto mi inquieta, di più se a compierlo sono le mie mani, di più se le scopro così, sul fatto.

Non poi così difficile scovare un vuoto intorno; nella mia vita è facilissmo, non serve neanche scomodare la nonna Anna. La verità è che quello che ho trovato è più complesso ed ha a che fare con l’invecchiare, con l’esperienza, con gli strati di pelle, con le cicatrici, con i gesti appresi e anche con quelli involontari.

Il 29 marzo 1929 la nonna Anna partoriva la mia mamma.

Questa giovane donna mi guarda con naturale eleganza in un abito cucito con le sue belle mani, la pelle liscia e luminosa, la caviglia delicata, il prodigioso sorriso. Da questa foto non si possono certo indovinare i lutti, la guerra, la fame, le battaglie della bimba che è stata. Questa giovane donna ha ancora una vita davanti che non le risparmierà molto, eppure nessun turbine le ha portato via il senso e il sorriso.

Questa donna è stata tante cose che ho rifiutato e non ho voluto essere, eppure resta la mia maestra, la mia guida, il modello più nobile.

Quel sorriso mai perduto, come la pelle liscia, sono i ricordi che mi porto dentro in un pieno di senso che non ha paura di tanti vuoti. Questa ragazza non è invecchiata dentro, ha conservato la capacità di stupirsi e gioire, ha portato dentro di sé un cuore affaticato ma grandissimo ed ha lasciato un vuoto pieno di sé.

Questa ragazza mi dice che con l'età si accorcia il tempo ma cresce lo spazio e nella me che invecchia c’è posto per la ragazza, per la nonna, per la madre, per la figlia, per stupirsi, per riempire il vuoto di tutto il bene di cui sono capace e provare ogni giorno, sempre a dargli un nome.

lunedì 25 febbraio 2019

25 Febbraio

Oggi ho scritto un biglietto d'auguri, per la mia ragazza.

Cara dancing queen, young and sweet only seventeen, come dice la canzone di Mamma Mia che cantiamo insieme a squarciagola, vederti diventare donna, sebbene sia l’effetto dell’inesorabile passare del tempo su di me, in realtà non mi fa sentire vecchia.
Quando ti ho avuta e anche quando eri piccola ho vissuto, come credo tutti i genitori, un’esperienza ricca di livelli e sfaccettature dove sono riaffiorati ricordi della mia infanzia, sono nate riflessioni sull’esperienza di figlia ma anche su quello che hanno vissuto i miei genitori. Le esperienze importanti della nostra vita, quelle che ci fanno fare grandi balzi avanti non possono non avere radici profonde e lontane e i viaggi memorabili sono circolari.
Essere genitore è una grande responsabilità. Tante paure e preoccupazioni ma anche un’iniezione di coraggio e speranza, e oggi che sei sempre più distante anche fisicamente, questo tuo bisogno di autonomia e separazione mi rattrista e, al tempo stesso mi fa sentire fiera e sollevata. Non so se sono stata una buona madre, sicuramente mi sono impegnata e sicuramente il risultato in qualche modo mi rappresenta, nel bene e nel male. Vorrei ancora proteggerti e credo tu abbia ancora bisogno di me e di starmi vicino. Al tempo stesso credo tu abbia diritto alle esperienze e agli errori, come tutti, e spero tu abbia la forza e la personalità per affrontarne le conseguenze e assumerne la responsabilità.
Ieri mattina sono uscita per camminare e mi sono ritrovata al parco dello Stibbert e al giardino dove tante volte siamo state, all’uscita di scuola o per qualche festa o merenda estiva con amici e compagni. Ho pensato con dolcezza e tenerezza a quei giorni, alle foto che abbiamo, ai ricordi, al mio sentire di quel tempo, a quello che credevo di sapere, ho guardato con tenerezza anche a me stessa. Certo era più facile essere madre allora, mi sono seduta su una panchina ed ho guardato due ragazze spingere il loro passeggino ed ho avuto chiaro che la dolcezza che mi pervadeva in quella situazione in nessuno modo potevo chiamarla nostalgia.
Il Parco dello Stibbert  - Foto mia

Certe cose le porto dentro e mi appartengono ed erano con me su quella panchina, volteggiavano come spiriti portati dal vento tra i rami degli alberi e sul prato. Quell’essere famiglia in modo partecipe, unito, anche convenzionale. Anni belli con la tua fanciullezza a riempire il cuore di gioia e speranza e tanto amore, e una famiglia unita. Eppure, sola su quella panchina, non sono certo meno vera, e, senza dubbio, non c’è meno amore di allora dentro di me, né principi meno solidi.
In questa età difficile, turbolenta e incerta che stai vivendo, oggi che è la tua festa vorrei mandarti proprio questo messaggio: non avere paura. Nulla si perde e, soprattutto non ci si perde, neanche volendo. E se c’è una spiegazione e una ragione per il mio personale essere madre, così imperfetta e spaventata, una ragione che da quando ti ho tenuta in braccio la prima volta non è mai stata così chiara come adesso, quella ragione è la tua unica, inedita e autonoma esistenza. Non desidero che tu dipenda da me, ma desidero esserci per te, come posso e come riesco. Si può essere uniti anche fuori da schemi facili e convenzionali. Esserci. Litigare e combattere o sorridere ed essere complici, su un prato fiorito ma anche sotto il temporale.
L’augurio che ti faccio oggi è lo stesso che ti ho fatto sempre, fin dal tuo primo compleanno ed è che tu possa riconoscerti nella vita che fai. E adesso che sei cresciuta e ti guardo cercare la tua strada, voglio dirti che proprio quello è il senso e il solitario lavoro di una vita. Che non ci sono traguardi ma solo percorsi. Il consiglio che posso darti è di cercare di fare quel lavoro dando spazio al meglio di te e senza mai scoraggiarti.
Vederti diventare donna non mi fa invecchiare ma mi aiuta a crescere, perché è il lavoro di una vita ancora e sempre, anche per me e, avendo attraversato tanto male senza essermi persa, ti posso dire di guardare con serenità al percorso anche quando sarà inaspettato e più difficile, anche quando penserai di essere sola, ma ti basterà guardarti intorno per trovare segni, ricordi e presenze, e ti basterà sussurrare mamma, come io faccio ancora oggi, e saprai che sono lì con te.

martedì 25 dicembre 2018

Racconto di Natale


Oggi ho pensato di fare gli auguri a modo mio, con un racconto.

"LEGAMI"

Gregorio stava scendendo le scale dell’ufficio dove lavorava per uscire. Doveva ancora ritirare il panettone dalla pasticceria di fiducia. “Auguri” ripeteva ai colleghi che incrociava e intanto ricercava sul cellulare la foto che Giulia gli aveva inviato via messenger, indossava la sottoveste di pizzo grigio perla che le aveva regalato due sere prima. Il loro scambio di regali. Guardava soddisfatto quella ragazza carina, soprattutto più giovane, e si sentiva carico di nuova energia, galvanizzato e pronto per dare il meglio di sé nel rito familiare delle feste.

Ritirò il panettone e prese ancora una bottiglia, quella speciale, francese, con la quale usavano brindare lui e Sara la sera del 25, il loro momento di parole, bilanci della giornata, commenti, il loro brindisi personale. Avevano iniziato quando i bambini erano piccoli per festeggiare l’intimità del sonno appagato regalato da Babbo Natale a Michele e Sveva; avevano poi mantenuto negli anni questo ennesimo rito, per riservarsi uno spazio fuori dal perimetro del loro specifico presepe e adesso che Sveva frequentava l’università a Padova e Michele viveva e lavorava a Duesseldorf il rito si conservava, forse perché piacevole o forse perché ci voleva troppo coraggio per rinnegarlo.

Come ogni anno avrebbero trascorso la vigilia dai genitori di Sara con la famiglia di sua sorella e il pranzo di natale in casa loro, Gregorio sarebbe andato a prendere il padre e lo avrebbe riaccompagnato alla casa di riposo nel tardo pomeriggio.

Quando entrò in casa vide per prima Suzanne, la moglie di Michele, a gambe incrociate sopra il divano che leggeva tenendo il libro poggiato sul pancione. “Ciao Suzanne” “Ciao papi, Kome andato laforo?” “Giornata tranquilla, tutti presi dagli auguri e desiderosi di andare a casa” rispose, ripensando in quell’istante all’immagine di Giulia che probabilmente non aveva fretta di andare a casa come gli altri e che il suo natale lo aveva avuto il 22 e lo chiamava languidamente da quella fotografia. “Michele? È uscito?” “Andato giokare squash Kon Lorenzo e Sveva dofefa ankora prentere rekali”. Suzanne era una ragazza dolcissima e mascolina insieme, non l’aveva mai vista adirata, aveva un modo vitale ma controllato di gestire la rabbia che Gregorio trovava affascinante. Sembrava che avessero un bel rapporto lei e Michele, franco e complice, non sempre facile ma “scorrevole”. “Gregoriooo! Hai preso il panettone?” “Si, certo” rispose alla voce proveniente dalla cucina e si diresse verso di lei. Sara stava preparando le crespelle al salmone per portarle a casa dei suoi. “Ciao”, le disse avvicinandosi e baciandole la testa china sulla teglia. “Ho preso anche la bottiglia per noi”. Sara sorrise “Mi domando se Sveva doveva ridursi al 24 per i regali, almeno fosse in pari con gli esami… quella ragazza mi fa venire ansia qualunque cosa faccia!” “Lo so” rispose Gregorio. “Ti posso aiutare?” “Se i biscotti sono freddi puoi metterli in quella latta e far partire la lavastoviglie con queste ultime cose, così mi vado a cambiare, grazie tesoro”.

Gregorio parcheggiò lungo le mura e presero a piedi via Romana. I suoi suoceri abitavano in un palazzo del centro. Cinque piani da fare a piedi con i pacchetti, la teglia, il panettone. Quando i bimbi erano piccoli doveva fare due viaggi dalla macchina. Le scale erano piuttosto strette. Incontrarono la Sig.ra Bertini del terzo piano che scendeva al secondo dalla sorella Ida. “Buongiorno e tanti auguri! Sveva sei sempre più bella! Michele! Che bello vedervi tutti insieme! Tanti auguri a tutti!”.

Arrivarono anche la sorella di Sara con il marito e la figlia Letizia. Fu il solito cenone, Gregorio pensava a quel sopratono che come un frastuono di fondo copriva il rumore dei pensieri, le parole che la mente si bisbigliava al sicuro dal campo aperto della tavolata.

“Abbiamo incontrato la Sig.ra Bertini, carina come sempre” disse Sara, “scendeva da sua sorella immagino. Certo è triste passare le feste loro due sole.” “Eh si, poverine! Almeno Ida un marito l’ha avuto, Lucia, che io sappia, una vita di solitudine...” rispose grave la madre di Sara.

Sveva intervenne poggiando la forchetta “Diciamo la verità, il Natale per come è concepito è una vera frustrazione per chi è solo. Pranzi di famiglia, cenoni, regali, tombola e mercante in fiera… ma quando sei solo come sali sulla giostra?” “Cara la mia psicologa” disse Sara “in parte hai ragione, ma è pur vero che la giostra poi...dove porta? In fondo gira su se stessa”.

“Forse la giostra ha senso per la forza centripeta, non va da nessuna parte, ma magari tiene insieme tutto, credo” disse Michele e Suzanne lo guardò sorpresa e intenerita.

Dopo cena giocarono al mercante in fiera e al gioco dei mimi, poi aprirono i regali. Sara indossò gli ennesimi orecchini e la nuova sciarpa che Gregorio le aveva acquistato e mentre la guardava avvolgersi nella morbida pashmina Gregorio si domandava se davvero quella donna amata così a lungo si sentiva limitata e prigioniera come era parso a tutti dalle parole dette a tavola. Aprì il proprio pacchetto, il regalo di Sara era ancora una volta un viaggetto, tre giorni a Madrid per loro due. Pensò che lui la inchiodava con orecchini e la legava con lunghe sciarpe mentre lei voleva solo ali.

Pensò alla sottoveste e a Giulia, vide quelle spalline di seta come nuovi lacci, quel pizzo come una tela di ragno. Forse era misero e miserabile, non in quanto traditore e bugiardo ma per questa sua tendenza ad imprigionare nel rito e nel suo immaginario le vite degli altri per dare vigore alla propria.

Prese il cane dei suoceri e lo portò a fare la giratina serale. Risalendo incontrò la sig.ra Bertini che se ne tornava al proprio appartamento al terzo piano dopo aver festeggiato la vigilia con la sorella. Aveva due libri e un profumo con sé, probabili regali.
Si fermò sulla porta a parlare con lei qualche minuto, gli raccontò del vecchio film che avevano guardato con Lucia, gli mostrò i libri, si scambiarono ancora gli auguri.

Chiese a Michele di prendere l’auto e propose a Sara di fare ancora due passi notturni in piazza Pitti e al Ponte Vecchio e fino ai Lungarni e di tornare con un taxi.

La tenne per mano passeggiando, gli piaceva che lei lo seguisse sempre volentieri nelle sue proposte, gli piaceva camminare tenendosi per mano, le dita intrecciate, così, inestricabili.

mercoledì 5 dicembre 2018

Tasche

Ultimamente ricorrono sempre più sovente tra amici, colleghi e conoscenti le narrazioni dell’età della nostra giovinezza con divertiti o amari raffronti con l’attuale declino morfologico e spesso anche contenutistico.

A me piace pensare che invecchiare sia un processo di crescita e non di deperimento, quanto meno, non esclusivamente di deperimento.

Un modo insolito per provare a guardare all’evoluzione non solo dei tempi ma del nostro specifico e unico tempo potrebbe essere analizzare cosa portiamo con noi oggi, cosa teniamo a portata di mano, diciamo in tasca, rispetto a ciò che vi tenevamo nella dorata età della giovinezza.

io e il cappottino 
La prima cosa che mi viene in mente se chiudo gli occhi e lascio la mia piccola mano liscia e morbida entrare nella tasca del cappottino cucito dalla mamma è la goduriosa sensazione tattile provocata dal fazzoletto di cotone. A volte intatto, appena stirato e odoroso, altre usato, abusato e ridotto in orrida polpetta.

Quando frequentavo le scuole medie posso affermare con sicurezza che nelle mie tasche si trovavano spesso gomme da cancellare dai profumi nauseabondi, probabilmente sottratte alla compagna di banco, e big bubble masticate e pigiate a forza in microscopici coriandoli che finivano per creare un unico composto pseudo-organico con il panno della giacca di Principe.

Intorno ai vent’anni nelle tasche si trovava sempre un biglietto dell’autobus, qualche tappo di penna masticato e, in rare occasioni mai dimenticate, una bustina con un profilattico.

Ad un certo punto la poesia organica della giovinezza si è interrotta bruscamente con l’avvento del governo degli strumenti e della tecnica e nelle tasche di informi piumini hanno preso a gravare come pietre le chiavi della macchina.

Per un periodo non lungo abbastanza vi ho estratto ed inserito con trafelata dolcezza il contenitore porta-ciuccio per porgerlo e toglierlo alla piccola creatura che credevo di portare con me, ma che in realtà mi portava con sé.

Oggi, mentre camminavo per strada, la mia mano stanca e sciupata ha cercato riparo e riposo ed ha trovato all’interno del cappottino un enorme, disperato buco.

Quella tasca sfondata mi parla di cose perdute ma anche di cose da cercare. Quello spazio inatteso, subìto mi apre nuove possibilità, il mistero e la vertigine dell’ignoto, del non posseduto.
La consapevolezza che niente è a portata di mano. Quella mano in cerca di rifugio e riposo si è fatta avanti baldanzosa allargando lo strappo per portarmi oltre le mie tasche.

martedì 30 ottobre 2018

Un anno di blog

Il 30 ottobre 2017 ho aperto questo blog. L'ho fatto perché volevo usare il web a modo mio e mostrare a mia figlia una cifra diversa, magari non la sua, ma possibile e reale: un modo di stare in rete per riflettere e confrontarsi e non solo per guardarsi.

L'ho fatto perché in tempi difficili e solitari le parole mi hanno sostenuto ed ho cercato di individuare quelle che considero dei riferimenti importanti, le basi sulle quali voglio ancora crescere ed evolvermi.

L'ho fatto per curiosità e per sfida con me stessa.

Ovviamente non sono diventata una "influencer" e i miei post vengono definiti da qualche amico affettuoso: i pipponi. E siccome gli amici affettuosi spesso hanno ragione… temo lo siano. 

Per me è stata un'esperienza positiva; un impegno che ho preso con me stessa ed ho portato avanti.

Non sono sicura che lo continuerò per molto, ma se lo dovessi continuare, probabilmente diventerebbe qualcosa di diverso; forse meno parole e più storie, o forse meno solitario, perché oggi mi sento meno solitaria. 

Oggi mi piaceva festeggiarne il compleanno e ringraziare le persone, amiche e non, che hanno dedicato del tempo a leggermi. 

Scrivere fa bene, ma essere letti fa piacere.

domenica 21 ottobre 2018

Attenzione

Ieri, come mezzo paese, ho seguito alla televisione la finale dei mondiali di pallavolo esultando e soffrendo con le battagliere ragazze della nostra nazionale. Non sono una grande sportiva e solo in occasione di grandi competizioni internazionali mi capita di seguire discipline che non ho mai praticato direttamente e che quindi conosco in modo superficiale. Ieri sera ho nuovamente assistito, stavolta dal vivo, ad un incontro di pallavolo del campionato B2 dove gioca la mia cara “piccola” Bianca. In ambedue i casi, osservare le atlete in gara mi ha fatto pensare a come la parola attenzione possa definirsi una sorta di concentrazione in movimento.

Derivata dal latino attentio a sua volta riconducibile al verbo attendere (rivolgere l’animo), l’attenzione è per l’appunto un tendere verso qualcosa, un rivolgersi; implica in sostanza un movimento, una tensione attiva verso una direzione.

Nei giochi di squdra questa “disposizione” è particolarmente evidente in quanto si realizza non solo nel seguire la palla, ma anche le compagne, ma anche le avversarie e il campo da gioco. Questo agire attivo si palesa anche a chi non dovesse essere esperto dello sport in questione.

Trovo che attenzione sia una parola molto bella e che spesso pensandola ci raffiguriamo soggetti dediti all’ascolto o alla visione in modo apparentemente passivo, ma la metafora del gioco aiuta molto bene a chiarire invece come questo tendere, questo rivolgersi debba necessariamente essere agito, consapevole e determinato.


Lo studente che ascolta la lezione o si concentra su un testo, il genitore che osserva e ascolta il figlio alla ricerca del non compiutamente detto, l’amica che partecipa del nostro dispiacere o che condivide la nostra euforia. L’attenzione è tante cose, indica anche gentilezza, premura, cura. Nessuno dei significati può essere mai intepretato come passivo.

Lo stesso verbo attendere indica applicarsi, dedicarsi a qualcosa, e l’attesa, con la sua tensione verso (ad) è ben lontana da un distaccato fatalismo.

Che il campo da gioco sia un palazzetto, un libro di testo, un’aula, una relazione d’affetti la scelta di attendere a quello che abbiamo davanti, l’atto di volontà del rivolgersi in quella specifica direzione è un gesto attivo e creativo che, solo in tale misura, può produrre il risultato atteso.

Nel bel romanzo di Nadia Terranova “Addio Fantasmi” la protagonista Ida racconta così il modo in cui la madre si rivolge a lei: “Mia madre mi guarda con amore, con rabbia, con attenzione: mi guarda con occhi che mi fanno esistere”.


domenica 16 settembre 2018

Errore

La parola errore viene dal latino e deriva da errare. Nel girovagare quindi viene implicitamente individuata un’accezione negativa che non è riconducibile al movimento in sé, ovviamente, ma alle deviazioni rispetto alla via maestra, alla destinazione.
Trovo che questo significato sia piuttosto interessante e che meriti una riflessione. Come regola generale direi che sono abbastanza d’accordo con la necessità di essere focalizzati sul risultato da raggiungere anche perché mi ritengo persona pragmatica. E’ abbastanza evidente che sbagliare la coniugazione di un verbo o un’operazione matematica sono deviazioni da una regola e da un procedimento definiti e inappellabili. La via maestra è molto spesso un codice, scritto o quantomeno condiviso, una convenzione o una tradizione.

Il codice, tuttavia, non può essere considerato sempre la destinazione vera e propria, bensì uno strumento, una guida, il sentiero tracciato che vuole fornire un ausilio nel raggiungere obiettivi individuali e specifici.

La vita in effetti è più complicata di un problema di geometria e il risultato è molto meno certo, soprattutto, è diverso per ognuno di noi e spesso è proprio in quel girovagare che troviamo la nostra strada o il motivo per ritornare sulla via maestra. Il viaggio costellato di “errori” di Ulisse lo porta comunque ad Itaca ma con una conoscenza ed una consapevolezza diverse da quelle che avrebbe avuto prendendo un volo da Troia senza scalo.

Sono piuttosto affezionata ad alcuni miei errori. Questo non significa che li rifarei, anzi. Sono affezionata a quelli che mi hanno insegnato qualcosa e mi hanno fatta crescere e sono affezionata a quelli che mi hanno portato lontana da una destinazione che, probabilmente, non era la mia.
Sono affezionata ai miei errori perché, soprattutto, mi hanno insegnato che non sono perfetta. Sono rigorosa ed esigente, ma non devo essere perfetta, ed accettare di essere limitati può essere un sollievo e un valido aiuto per cercare di essere migliori.

L’esperienza degli errori altrui è l’aspetto che mi  emoziona di più. E’ nell’errore che ci rendiamo conto di quanto amiamo qualcuno. Non nel momento in cui ci gratifica con i comportamenti o le parole che ci aspettiamo ma nel momento in cui abbandona la via maestra e, ci delude forse, ma, se accogliamo la possibilità del limite, ci trasporta su una nuova strada dalla quale vediamo spazi inediti dove poter immaginare nuove vie.

Sesso